Il primo giorno di vacanza l’ho trascorso cercando di sistemare il mio Casio G-Shock. Ho pensato: “Ci pensa ChatGPT”.
Tre ore dopo ero ancora lì.
Tentativo dopo tentativo, istruzioni plausibili, passaggi apparentemente logici. Alla fine, su consiglio del venditore, ho aperto YouTube. Un ragazzo, con un video di cinque minuti, mi ha mostrato esattamente ciò che dovevo fare. Problema risolto.
No, questo non è un articolo contro l’intelligenza artificiale. Anzi. La uso ogni giorno e credo che rappresenti una delle più grandi rivoluzioni della nostra epoca.
Ma quell’orologio mi ha fatto riflettere.
Se un errore riguarda un Casio, poco male. Se riguarda una diagnosi medica, un consiglio psicologico, una terapia o una decisione importante della nostra vita, la questione cambia completamente.
Il problema non è che l’intelligenza artificiale possa sbagliare. Anche un medico, uno psicologo, un avvocato o un video su YouTube possono sbagliare. Il problema nasce quando smettiamo di esercitare il nostro senso critico e iniziamo a fidarci perché la risposta è scritta bene, è veloce e sembra convincente.
Ed è qui che, secondo me, nasce una nuova forma di intelligenza: quella che definisco artificiosa.
Non è l’intelligenza artificiale.
È l’intelligenza di chi utilizza l’intelligenza artificiale per costruire un’apparenza di competenza, per sembrare esperto senza aver fatto il percorso che rende davvero esperti. Testi perfetti, opinioni impeccabili, riflessioni profonde… ma quanto di tutto questo appartiene davvero a chi le firma?
Con i social avevamo già imparato a diffidare delle immagini. Oggi inizieremo a dover imparare a diffidare anche delle parole.
A volte mi chiedo se abbia ancora senso continuare a scrivere. Sono a pochi passi dalla pensione. Potrei tranquillamente limitarmi al mio lavoro e godermi il tempo che resta.
Poi però penso al cammino percorso. Oltre trentamila sedute di psicoterapia, migliaia di ore di studio, di supervisione, di formazione continua. Lezioni preparate fino a tarda sera, confronti con i colleghi, congressi, aggiornamenti. Daniela ed io continuiamo ancora oggi a studiare con la stessa curiosità di quando abbiamo iniziato.
E soprattutto penso alle persone. Ai volti, alle storie, alle fragilità e alle ripartenze che in tutti questi anni hanno attraversato il mio studio. È questo, più di tutto, che rende difficile smettere di interrogarsi e di scrivere.
Quello che condivido qui non nasce per convincere qualcuno né per fare pubblicità al mio lavoro. Nasce dal desiderio di restituire qualcosa di ciò che ho ricevuto in quasi quarant’anni di professione: apprendere dal paziente, dalle storie, dai dolori, dalle condivisioni, dalle co-costruzioni.
Non offro verità. Offro riflessioni. Perché le verità chiudono le conversazioni; le riflessioni, invece, le aprono.
E forse è proprio questo il punto. L’intelligenza artificiale può aiutarmi a mettere ordine nelle idee, a trovare una formulazione più chiara, persino a farmi notare un errore. Ma non può sostituire ciò che quelle idee hanno richiesto per nascere. Dietro ogni riflessione ci sono anni di incontri, di dubbi, di errori, di studio e di vita vissuta.
Per questo non temo l’intelligenza artificiale. Temo, piuttosto, che ci si abitui a confondere la qualità di un testo con la qualità del pensiero che lo ha generato. Sono due cose profondamente diverse.
L’IA sarà un ottimo strumento. Ma resterà uno strumento. La responsabilità di pensare, di verificare, di dubitare e di assumersi ciò che si scrive continuerà a essere soltanto nostra.
La vera sfida dei prossimi anni non sarà capire se un testo è stato scritto dall’intelligenza artificiale. Sarà capire se dietro quelle parole esiste una persona che ha realmente pensato, studiato, vissuto ciò che racconta.
Forse il futuro non ci chiederà di essere più intelligenti.
Ci chiederà di essere più autentici.
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