Le connessioni delle connessioni e la nuova esperienza psicologica del mondo
Per molti anni abbiamo parlato di vita reale e vita virtuale come se fossero due territori distinti. Da una parte il corpo, la casa, il lavoro, le relazioni; dall’altra lo schermo, i social network, le chat e le identità digitali.
Luciano Floridi ci ha aiutato a comprendere che questa distinzione non regge più.
Con il concetto di onlife, Floridi descrive una condizione nella quale online e offline non sono due vite parallele, ma dimensioni intrecciate della stessa esperienza. Non entriamo più semplicemente in rete: viviamo dentro ambienti nei quali il digitale modifica continuamente ciò che pensiamo, desideriamo, ricordiamo e facciamo.
Oggi, però, siamo forse davanti a un passaggio ulteriore.
Non viviamo soltanto onlife. Stiamo entrando in una condizione che potremmo chiamare “onAI”: una vita nella quale l’intelligenza artificiale non è più soltanto uno strumento esterno, ma diventa una presenza intermedia tra noi e il mondo.
Tra la domanda e la risposta.
Tra il desiderio e la scelta.
Tra l’esperienza e il suo racconto.
Tra ciò che sentiamo e le parole con cui proviamo a comprenderlo.
L’intelligenza artificiale cambierà davvero l’arte?
Quando diciamo che l’intelligenza artificiale cambierà l’arte, rischiamo di confondere l’arte con la semplice produzione di un oggetto esteticamente riuscito.
Una macchina può generare un’immagine sorprendente, una melodia suggestiva, un testo formalmente elegante. Può riconoscere strutture, ricombinare stili, imitare linguaggi e produrre in pochi secondi ciò che richiederebbe a una persona molte ore di lavoro.
Ma l’opera d’arte non coincide interamente con il suo risultato visibile.
L’arte è anche il rapporto tra un essere umano e la propria esperienza. È il bisogno di dare forma a un lutto, a un desiderio, a una contraddizione, a una memoria o a una domanda che non trova risposta.
L’intelligenza artificiale può produrre contenuti senza aver vissuto ciò che rappresenta. Floridi propone, a questo proposito, una distinzione decisiva: l’intelligenza artificiale può possedere una forma di agency, cioè produrre effetti e compiere operazioni autonome, senza per questo avere intelligenza, coscienza o comprensione nel senso umano.
Un sistema può scrivere una poesia sul dolore, ma non ha perduto nessuno.
Può rappresentare la paura, ma non ha mai tremato.
Può descrivere l’amore, ma non ha mai atteso il ritorno di qualcuno.
Per questo l’intelligenza artificiale probabilmente non cancellerà l’arte. Cambierà piuttosto le condizioni della sua produzione, della sua diffusione e del suo riconoscimento.
Renderà più facile produrre immagini, testi e musiche. Ma proprio per questo potrebbe diventare più difficile distinguere ciò che è soltanto tecnicamente efficace da ciò che porta con sé una necessità umana.
Il valore dell’opera potrebbe spostarsi sempre più dal semplice oggetto alla sua storia: chi ha scelto di realizzarla, perché lo ha fatto, quale esperienza ha attraversato e quale responsabilità assume nei confronti di ciò che produce.
Floridi definisce distant writing quella forma di scrittura nella quale una persona non compone direttamente ogni frase, ma dirige, seleziona e organizza la produzione linguistica realizzata attraverso un sistema artificiale. La questione dell’autorialità, quindi, non scompare: si sposta dalla sola esecuzione alla progettazione, alla scelta e alla responsabilità.
L’artista non sarà necessariamente colui che realizza manualmente ogni passaggio. Sarà sempre più colui che sa attribuire una direzione, riconoscere ciò che ha valore e assumersi la responsabilità del significato.
Dalla connessione alle connessioni delle connessioni
La prima rivoluzione digitale ha collegato le persone.
La seconda ha collegato le persone alle piattaforme, agli archivi, agli oggetti, agli algoritmi e alle comunità virtuali.
L’intelligenza artificiale introduce un livello ulteriore: non mette soltanto in relazione elementi diversi, ma interpreta, traduce e riorganizza le relazioni esistenti.
Potremmo definirle connessioni delle connessioni.
Non chiediamo più soltanto a Internet di mostrarci un’informazione. Chiediamo a un sistema di collegare informazioni, sintetizzarle, adattarle alla nostra storia e restituircele sotto forma di consiglio, immagine, spiegazione o decisione possibile.
L’AI diventa così una sorta di terzo elemento della relazione.
Tra medico e paziente.
Tra insegnante e studente.
Tra autore e lettore.
Tra terapeuta e paziente.
Perfino tra una persona e la rappresentazione che ha di se stessa.
Dal punto di vista sistemico, non si tratta di aggiungere semplicemente un nuovo strumento dentro una relazione già esistente. L’ingresso di un nuovo elemento modifica l’intero sistema.
Quando una coppia consulta continuamente un’intelligenza artificiale per interpretare i propri conflitti, non resta più soltanto una coppia. Diventa un sistema triangolare nel quale una voce artificiale può essere usata come mediatore, alleato, giudice o conferma delle proprie convinzioni.
Quando una persona racconta prima a una macchina ciò che prova e solo successivamente al proprio terapeuta, anche la relazione terapeutica cambia. Il paziente può arrivare in seduta con una narrazione già organizzata, con un’ipotesi diagnostica o con parole che non sono nate interamente dalla propria elaborazione.
La questione non è se questo sia necessariamente positivo o negativo. La domanda è: che funzione sta assumendo l’intelligenza artificiale dentro quella relazione?
Le conseguenze psicologiche dell’onAI
Una mente più estesa, ma anche più dipendente.
L’intelligenza artificiale può funzionare come un’estensione della memoria, della scrittura e dell’immaginazione. Può aiutarci a mettere ordine, trovare alternative e uscire dalla fissità di un solo punto di vista.
Ma una funzione continuamente delegata rischia di diventare una capacità sempre meno esercitata.
Se chiedo sempre a una macchina come scrivere, potrei lentamente perdere fiducia nella mia voce.
Se le domando costantemente che cosa scegliere, potrei diventare meno capace di tollerare il dubbio.
Se la uso per interpretare ogni emozione, potrei smettere di sostare nell’incertezza necessaria per comprenderla.
Floridi e altri studiosi hanno recentemente sottolineato un rischio analogo nel lavoro intellettuale: un prodotto può perfino apparire migliore grazie all’AI, mentre la persona che lo ha prodotto non sviluppa più il giudizio, la pazienza e la profondità che nascono dall’attraversamento personale del processo.
Il problema, dunque, non è soltanto ciò che otteniamo. È ciò che diventiamo mentre lo otteniamo.
Secondo me l’OnAI come l’ho definita credo che amplificherà anche le derive dei comportamenti patologici per cui sarà sempre più evidente quello che già percepiamo: “ma cosa sta succedendo al mondo, sono tutti impazziti?”
L’illusione di essere compresi
Le intelligenze artificiali linguistiche possono rispondere con precisione emotiva, gentilezza e continuità. Possono usare parole che fanno sentire una persona riconosciuta.
Questa esperienza non va banalizzata. A volte una risposta ben formulata può davvero aiutare qualcuno a organizzare un pensiero o a sentirsi meno solo.
Eppure esiste una differenza essenziale tra ricevere una risposta che appare empatica ed essere compresi da una coscienza capace di partecipazione emotiva.
I modelli linguistici producono risposte attraverso regolarità apprese nei testi; possono imitare forme di ragionamento plausibili senza possedere una comprensione fondata sulla verità, sul significato vissuto o sull’esperienza personale.
La macchina può costruire una risposta coerente al mio dolore. Non può essere ferita dal mio dolore.
Dal punto di vista psicologico, il rischio nasce quando confondiamo la qualità formale della risposta con la reciprocità della relazione.
L’intolleranza dell’attesa
Le relazioni umane sono lente, imperfette e imprevedibili.
L’altro può non capire subito. Può rispondere male. Può essere stanco, distratto o in disaccordo. Una macchina, invece, è quasi sempre disponibile e costruisce la propria risposta intorno alla nostra domanda.
Questo potrebbe abituarci a una relazione senza attesa, senza vera alterità e con un livello ridotto di frustrazione.
Ma la maturazione psicologica nasce anche dall’esperienza di incontrare qualcuno che non coincide con noi.
Se ci abituiamo soltanto a interlocutori adattivi, rischiamo di percepire le normali resistenze delle relazioni umane come difetti insopportabili.
La conferma infinita del proprio punto di vista
Ogni sistema generativo risponde a partire dal modo in cui formuliamo la domanda.
Una persona gelosa può chiedere: «Non è evidente che il mio compagno mi stia mentendo?». Una persona arrabbiata può descrivere un conflitto selezionando soltanto le colpe dell’altro.
L’intelligenza artificiale, se utilizzata senza spirito critico, può diventare una sofisticata macchina di convalida.
Non perché voglia ingannarci, ma perché lavora dentro la cornice che le offriamo.
In questo senso l’AI rischia di rafforzare una dinamica già presente nei social network: non incontrare il mondo, ma ricevere una versione del mondo progressivamente adattata alle nostre convinzioni.
La nuova disuguaglianza psicologica
La futura divisione non sarà soltanto tra chi usa e chi non usa l’intelligenza artificiale.
Sarà tra chi la utilizza mantenendo capacità critica e chi le consegna progressivamente il proprio giudizio.
Tra chi se ne serve per ampliare il pensiero e chi la usa per evitare la fatica di pensare.
Tra chi mantiene la responsabilità delle decisioni e chi trasforma ogni suggerimento algoritmico in un’autorità.
Floridi insiste sulla necessità di preservare il capitale semantico: l’insieme delle esperienze, dei riferimenti culturali, delle memorie e delle conoscenze attraverso cui attribuiamo significato al mondo. Una macchina può elaborare informazioni; non possiede una biografia dalla quale quelle informazioni acquistino un senso vissuto.
Quanto più povero diventa il nostro capitale semantico, tanto più rischiamo di dipendere da sistemi che ci restituiscono significati già confezionati.
Il compito della psicoterapia
La psicoterapia non può ignorare la condizione onAI, ma neppure considerarla soltanto una minaccia.
Dovrà interrogare il modo in cui ciascuna persona utilizza questi strumenti.
L’intelligenza artificiale può essere una risorsa creativa, un supporto alla riflessione, uno spazio preliminare nel quale iniziare a formulare domande ancora confuse.
Può però diventare anche un regolatore emotivo sostitutivo, un rifugio dall’imprevedibilità delle relazioni, una fonte inesauribile di rassicurazioni o un’autorità alla quale delegare la propria identità.
Il terapeuta potrebbe allora domandare:
Quando senti il bisogno di consultare l’AI?
Che cosa ottieni da quella risposta?
Che cosa eviti di sentire, decidere o chiedere a una persona reale?
La utilizzi per aprire possibilità o per trovare conferme?
Dopo averla consultata ti senti più autonomo o più dipendente?
Sono domande relazionali, non tecnologiche.
Perché nessuno strumento possiede una funzione psicologica in sé. La sua funzione nasce nel sistema di relazioni, bisogni, paure e significati nel quale viene inserito.
Restare umani non significa rifiutare la macchina
Non dobbiamo scegliere tra un passato interamente umano e un futuro completamente artificiale. Quel passato, probabilmente, non è mai esistito: l’essere umano ha sempre pensato attraverso strumenti, linguaggi, libri, immagini e tecnologie.
La questione è quale posizione assumiamo nei confronti degli strumenti che costruiamo.
L’intelligenza artificiale non distruggerà necessariamente l’arte, il pensiero o la relazione. Potrebbe però indebolirli quando verrà utilizzata per sostituire l’esperienza invece che per rielaborarla.
L’onAI può diventare uno spazio di ampliamento dell’umano oppure una forma raffinata di dipendenza.
La differenza non sarà determinata soltanto dalla potenza delle macchine.
Dipenderà dalla nostra capacità di restare autori delle domande, responsabili delle scelte e custodi del significato.
Perché una macchina può aiutarci a creare infinite connessioni.
Ma il compito di decidere quali connessioni meritino di diventare una storia, una relazione o un’opera d’arte rimane profondamente umano.
Bibliografia
Clark, A., & Chalmers, D. J. (1998). “The Extended Mind”. Analysis, 58(1), 7–19.
Floridi, L. (a cura di) (2015). The Onlife Manifesto: Being Human in a Hyperconnected Era. Springer.
Floridi, L. (2023). The Ethics of Artificial Intelligence. Oxford University Press.
Floridi, L. (2023). “AI as Agency Without Intelligence”. Philosophy & Technology, 36.
Floridi, L. (2025). “Distant Writing: Literary Production in the Age of Artificial Intelligence”. Minds and Machines.
Reeves, B., & Nass, C. (1996). The Media Equation. Cambridge University Press.
Turkle, S. (2011). Alone Together. Basic Books.
Turkle, S. (2015). Reclaiming Conversation. Penguin Press.

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