La salute mentale non è soltanto un problema individuale, ma una responsabilità relazionale e collettiva
La conferenza “Mai più soli. Riforma per la presa in carico della malattia mentale”, prevista presso la Camera dei Deputati, propone già nel titolo una questione fondamentale: che cosa significa realmente prendere in carico una persona che attraversa una grave sofferenza psichica?
“Mai più soli” è un’espressione potente. Ma perché non rimanga soltanto una promessa emotiva, deve trasformarsi in un criterio clinico, sociale e organizzativo.
Da un punto di vista sistemico-relazionale, infatti, la sofferenza mentale non può essere pensata come qualcosa che esiste esclusivamente dentro un individuo.
Una persona vive sempre all’interno di una rete di rapporti: la famiglia, i servizi sanitari, il lavoro, la scuola, il quartiere, le istituzioni, le condizioni economiche e la cultura nella quale la sua esperienza viene interpretata.
Questo non significa negare la dimensione biologica, psicologica o individuale della malattia. Significa evitare che la diagnosi diventi l’unico modo con cui guardiamo la persona.
La persona non coincide con la diagnosi
Quando incontriamo qualcuno che presenta una grave sofferenza psichica, il rischio è che tutto ciò che lo riguarda venga progressivamente letto attraverso la lente della patologia.
I suoi gesti, i suoi silenzi, le sue paure e persino i suoi desideri vengono interpretati come espressioni della malattia.
La persona finisce così per scomparire dietro la diagnosi.
Una presa in carico autenticamente sistemica dovrebbe invece domandarsi:
- quali relazioni continuano a sostenerla;
- quali legami si sono interrotti;
- quali risorse personali e familiari sono ancora disponibili;
- quali contesti amplificano la sofferenza;
- quali possibilità di appartenenza possono essere ricostruite.
L’Organizzazione mondiale della sanità indica da tempo la necessità di servizi territoriali centrati sulla persona, fondati sui diritti, sulla partecipazione e sull’inclusione nella comunità.
Anche le famiglie possono rimanere sole
La malattia mentale non coinvolge mai soltanto la persona che riceve la diagnosi.
Se avete ascoltato le storie nel video della Conferenza, emerge quanto sia possibile il rischio di agito, nel senso di passaggio all’atto aggressivo di chi soffre di malattie psicologiche.
I familiari possono vivere per anni una condizione di allerta continua: devono riconoscere i segnali di una crisi, gestire le terapie, mantenere il contatto con i servizi e affrontare comportamenti che spesso non riescono a comprendere.
A volte diventano contemporaneamente genitori, assistenti, mediatori, controllori e custodi.
La famiglia viene allora considerata una risorsa indispensabile, ma rischia di essere lasciata sola proprio in nome di questa presunta capacità di resistenza.
Da un punto di vista sistemico, la famiglia non può essere indicata né come la causa della malattia né come l’unica responsabile della cura.
Ha bisogno di essere ascoltata, accompagnata e coinvolta, senza essere colpevolizzata e senza essere trasformata in un servizio sanitario informale.
Quando un paziente viene dimesso ma la famiglia resta sola, quando i diversi professionisti non comunicano tra loro, quando il passaggio tra ospedale e territorio si interrompe, quando l’assistenza dipende quasi interamente dalla resistenza dei genitori o dei partner, il problema non è più soltanto clinico. È un problema di connessioni mancanti.
Nessuna sofferenza psichica appartiene soltanto all’individuo che la manifesta.
Quando i servizi non comunicano
Una delle solitudini più dolorose nasce dalla frammentazione.
Il medico incontra il sintomo.
Lo psicologo ascolta la storia.
Il servizio sociale valuta le condizioni ambientali.
La famiglia affronta la quotidianità.
L’ospedale interviene durante la crisi.
Ma chi tiene insieme questi sguardi?
Il problema non è necessariamente l’assenza di professionisti competenti. Spesso è l’assenza di connessioni sufficientemente stabili fra i diversi interventi.
Il Centro di salute mentale dovrebbe avere proprio la funzione di coordinare gli interventi territoriali e costruire continuità assistenziale intorno alla persona.
Quando questo coordinamento viene meno, il paziente deve continuamente ricominciare a raccontare la propria storia. La famiglia deve cercare autonomamente risposte fra servizi differenti. I professionisti rischiano di lavorare come isole.
Dal punto di vista sistemico, una rete non è semplicemente un insieme di nodi.
È la qualità delle connessioni fra quei nodi.
Dalla cura del sintomo alla ricostruzione dell’appartenenza
Prendersi cura della salute mentale non significa soltanto ridurre i sintomi.
Significa anche aiutare una persona a recuperare un posto nel mondo.
Avere una casa.
Poter lavorare.
Costruire relazioni.
Essere riconosciuti come adulti.
Partecipare alla vita della comunità.
Avere voce nelle decisioni che riguardano la propria esistenza.
Una cura esclusivamente farmacologica può essere necessaria, ma non sempre è sufficiente. Una psicoterapia può essere preziosa, ma non può sostituirsi alla rete sociale. Una famiglia affettuosa può proteggere, ma non può farsi carico indefinitamente di ogni bisogno.
La salute mentale richiede quindi una rete integrata di interventi clinici, sociali, abitativi, riabilitativi e lavorativi. Anche l’OMS sottolinea l’importanza di reti comunitarie capaci di integrare assistenza sanitaria e sociale e di tutelare i diritti della persona.
Una riforma delle connessioni
Una vera riforma della salute mentale non dovrebbe limitarsi ad aumentare il numero delle prestazioni.
Dovrebbe interrogarsi sulla continuità delle relazioni di cura.
Chi accompagna la persona nel passaggio dall’ospedale al territorio?
Chi sostiene la famiglia dopo una crisi?
Chi coordina i diversi professionisti?
Chi interviene prima che l’emergenza diventi ingestibile?
Chi rimane quando il trattamento più intensivo termina?
La presa in carico non coincide con il semplice accesso a un servizio.
È la presenza di una responsabilità riconoscibile nel tempo.
“Mai più soli” come impegno concreto
“Mai più soli” dovrebbe significare:
nessuna persona ridotta alla propria diagnosi;
nessuna famiglia trasformata nell’unico contenitore della sofferenza;
nessun professionista costretto a lavorare senza collegamenti con gli altri servizi;
nessuna dimissione priva di un progetto territoriale;
nessun percorso interrotto proprio nel momento in cui la persona ha maggiore bisogno di continuità.
La cura non è soltanto ciò che accade tra un terapeuta e un paziente dentro una stanza.
È anche ciò che la comunità riesce a costruire intorno a quella stanza.
Perché, quando parliamo di salute mentale, la domanda non è soltanto:
“Che cosa non funziona dentro questa persona?”
La domanda sistemica è anche:
“Quali legami dobbiamo ricostruire perché questa persona possa tornare ad abitare il proprio mondo?”
“Mai più soli” non dovrebbe restare uno slogan consolatorio. Dovrebbe diventare un criterio organizzativo: nessuna persona lasciata sola con la propria sofferenza, nessuna famiglia abbandonata al compito impossibile di sostituirsi ai servizi, nessun professionista costretto a lavorare come un’isola.
Bibliografia essenziale
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