Il giorno 30 maggio 2017 si è tenuta presso la Sala Convegni del CENTRO DI RIFERIMENTO ONCOLOGICO di Aviano in provincia di Pordenone la Premiazione del Concorso Artistico-Letterario intitolato Espressioni di cura – Parole e immagini per narrare la malattia oncologica.

Il racconto da me scritto in Febbraio Il Mio Infinito si è classificato primo nella categoria “Operatori e Caregiver”. Ringrazio Il Cro di Aviano per la possibilità datami in questa V Edizione e la Giuria per aver letto la grande emozione contenuta nello scritto. Vi riporto di seguito un piccolo estratto della premiazione.
Motivazione: Per come l’autore affronta apertamente un percorso di malattia, accogliendo diverse storie con sguardo delicato e coinvolgente. 

Riporto adesso un estratto del mio intervento:

Ringrazio il CRO per questa opportunità, siamo nel Tempio della Cura e della Ricerca per migliorarla e questo rende ancora più emozionante questo momento. Raccontare e donarsi. Sono uno psicoterapeuta che vive di solito chiuso nella stanza di terapia e raccoglie storie. Rispetto alla Medicina Narrativa considererei le Narrazioni di Studio di II livello e cioè non quelle su cui si è lavorato oggi, quelle dei gruppi di malati oncologici che si trovano per narrare la propria esperienza che definirei di I livello, ma quelle dei familiari del malato oncologico che arriva in terapia o che durante un percorso terapeutico affronta la subentrata malattia di un parente. ed è in questo livello che nasce la storia Il mio Infinito. La dedica della vittoria è per mia figlia Ginevra che ha tolto un giorno allo studio universitario per essere qui e che mi ha dato la possibilità di parlare nel racconto dell’amore tra padre e figlia e quindi del nostro amore. Dovete sapere che lo scorso anno ho attraversato un momento particolare della vita, uno di quei momenti che definisco strettoie, che a causa di un embolia polmonare silente mi hanno costretto a una settimana di ospedale e a rischiare di perdere la vita. Quindi mi sono immaginato verso la fine del racconto come avesse potuto essere il momento di morire e lasciare il mondo con la figlia al capezzale. 
Nel racconto si vive il contrasto tra la storia del paziente con il quale abbiamo accompagnato la giovane figlia alla morte per un cancro  incurabile e a questo padre il mio abbraccio di vicinanza in questo momento e l’ipotetica perdita contraria, più normale, ma non per questo priva di sofferenze, quella di una figlia che vede spegnere il padre.

Per finire vi riporto una parte del racconto per come letto dalla lettrice in foto, che ha emozionato il pubblico presente:

… Mi risveglio, apro gli occhi e c’è mia moglie in piedi accanto al letto che mi guarda, mi chiama come fa da alcuni giorni. Vorrei risponderle, non immaginate quanto. Vorrei abbracciarla, baciarla, sentire il suo profumo, ridere e parlare con lei per ore. Vorrei raccontarle del mio sogno, di quanto trovo bello dormire e sognare, dirle che non soffro forse grazie alla morfina che in questi giorni rende i miei sogni viaggi speciali. Vorrei chiederle se mentre dormivo mi ha lavato il viso, rinfrescato e accarezzato, se fosse stata lei la brezza marina del sogno. Mi piacerebbe dirle di portare le mie ceneri in Sardegna nel posto in cui volarono le ceneri di Chiara, un luogo che non ho mai visto ma che oggi ho sognato e immaginato fantastico, meravigliosamente unico. Chiudo gli occhi e mi chiedo se troverà la mia lettera di addio, scritta prima di aggravarmi, quando ero ancora attivo, riuscivo a parlare e scrivere. Non può non aprire quel contenitore, ci sono le carte più importanti della casa, degli uffici e delle auto, gli oggetti per cui ci siamo sacrificati, con tante ore di lavoro. Ci piaceva lavorare, ci dava significato. Non ho rimpianti, è andata così, ma se tornassi indietro, mi ritaglierei più tempo per noi, per stare insieme e vivere altro. Che cosa posso aver scritto nella lettera per te? Come posso non ricordare di una lettera così importante? Sono confuso, affaticato. Potrei riprendere a dormire, per sognare e sentirmi protetto come nell’utero materno, ma mi sforzo di riaprire gli occhi e guardarti ancora, nel tentativo di portati via con me per raggiungere insieme il mio infinito, quello di Chiara, di mia madre e di mio padre, quello che i cattolici chiamano Paradiso. Apro gli occhi e ti vedo piangere; vicino a te un’infermiera che ti accarezza e sembra dirti qualcosa, ha gli occhi lucidi. Richiudo gli occhi e sento dall’altro capo del letto un pianto leggero e dei capelli che sembrano accarezzarmi il viso. Che strano dopo giorni sento un profumo per me speciale, unico, forse lo sto immaginando. Sarà mia figlia? Non ne sono sicuro. Mi bacia.Riapro gli occhi per l’ultima volta e la guardo pian piano sfumare: è lei, il mio infinito.