Vi scrivo questo articolo per due motivi: il primo è legato al fatto che il tratto di personalità borderline, come tratto è una modalità comportamentale oggi molto diffusa, senza che necessariamente sfoci in una diagnosi, il secondo è per il fatto che ne parla il giornale dell’Ordine degli Psicologi in un interessante articolo di Luigia Tatiana Porcelli (Il paziente borderline), che stavo leggendo, mentre in maniera per me sincronica ho ricevuto questa mattina la notizia della morte di Whitney Houston.

Partirei con il precisare la mia idea di differenza tra tratto e disturbo di personalità.

Considero con il termine tratto una configurazione relativamente stabile, un condotta caratteristica,  una risposta ricorrente, cioè un’azione che si ripete con frequenza e che crea schemi di comportamento che tendono a ripetersi in situazioni simili. Tratto può essere, anche, una risposta specifica e occasionale, che non ha necessariamente carattere di stabilità e non è necessariamente indicatore di personalità.

Considero il disturbo di personalità una modalità di comportamento riferito agli individui i cui tratti di personalità sono disadattivi in modo pervasivo, inflessibile e permanente e causano una condizione di disagio soggettivo clinicamente significativa.

Ma quali sono le caratteristiche del disturbo borderline?

La dottoressa Daniela De Vito, psicologa e psicoterapeuta, collega di blog e collega di studio,  in un seminario sul disturbo di personalità borderline, tenuto lo scorso anno, per Accademia della Narrazione, aveva evidenziando il continuum tra il disturbo più leggero dell’asse nevrotico e quello più grave dell’asse psicotico.

Gunderson e Singer nel 1975 delinearono sei aspetti fondamentali per elaborare una diagnosi di disturbo borderline (asse psicotico):

1. affettività intensa di natura prevalentemente depressiva e rabbiosa;

2. impulsività;

3. scarso adattamento sociale;

4. episodi psicotici;

5. tendenza a perdere i nessi associativi se sottoposti a test proiettivi o ad altre situazioni non strutturate;

6. modelli relazionali instabili che dall’estrema dipendenza scivolano verso la superficialità effimera.

Tra questi criteri c’è una stretta correlazione; il paziente borderline tenta di stabilire delle relazioni esclusive con una persona con la quale non vi sia alcun rischio di abbandono e, avendo grandi difficoltà nel riporre la sua fiducia negli altri, prova un’angoscia che causa forti sensazioni di paura e di panico. Per prevenire la solitudine, può ricorrere ad azioni autodistruttive come l’abuso di sostanze stupefacenti o di farmaci in modo da ottenere rassicurazioni dalla persona alla quale è legato; può presentare anche altri tipi di comportamenti dettati dall’impulsività come incontri sessuali incauti. Questa modalità di relazionarsi agli altri produce uno scarso adattamento sociale, ulteriormente aggravato da frequenti distorsioni cognitive e dall’incapacità di valutare la realtà in maniera adeguata.

Lasciamo la parte psichiatrica per tornare al tratto. Può succedere a tutti, in alcuni passaggi della nostra vita, di avere un comportamento che esprima tratti bordeline, senza che questo nostro comportamento sia diagnosticato come psicopatologia. Accade sempre più spesso, che tratti bordeline possano trovare un pubblico favorevole, fino in casi estremi, un pubblico idealizzante del comportamento derivante. Pensiamo per esempio ai giovani. Quante volte rendono divi persone con evidenti tratti di comportamento di questo tipo? L’amico o l’amica che si droga, che sfida con leggerezza autodistruttiva la propria vita. Il ragazzo aggressivo del grande fratello, che spacca tutto. Chi va in moto senza casco, magari a velocità vietate dalle norme vigenti. La ragazza o il ragazzo  che riescono ad avere una sessualità promiscua, vissuti come persone fortunate. Chi beve e guida. Chi fa soldi spacciando droga. La cosa pericolosa è che oggi, spesso, non sono solo i giovani ad avere questa tendenza a mitizzare persone fondamentalmente sofferenti, ma anche adulti (con evidenti tratti borderline e adolescenziali) che ricercano nei comportamenti tipici del disturbo borderline sollievo ad una probabile difficoltà psicologica di affrontare passaggi di ciclo vitale o eventi della vita.

Il rischio che il tratto a volte sia già patologia è altissimo. Patologia contenuta e nascosta da un sistema di significati sociali, che sembrano essere oggi sordi al grido di dolore di queste persone o patologia spesso evidente e data per scontata, accettata, condivisa… “chi non ha mai fatto … ” “sarà libero di fare … ” sono  le frasi tipiche che tendono a giustificare una idea di libertà di un essere invece totalmente prigioniero della fragilità del proprio IO. Le persone con tratti borderline vedono spesso ignorata la propria sofferenza per molti anni: senza una terapia psicologica adeguata, un serio percorso di psicoterapia, da cui, peraltro, nei momenti di successo rifuggono, rischiano la cronicizzazione del tratto. Si rischia di avere una predisposizione alla sofferenza e alla depressione conseguenti ad un tratto così viscido ed invasivo, ma spesso il salto diretto e senza possibilità di azione nella psicopatologia grave.

Ecco perché questa mattina la notizia della morte di Whitney Houston (e con lei per associazione a Amy Winehouse ad altri divi del passato e alla loro meravigliosa musica) mi è sembrata sincronica. Ho ascoltato e riascoltato le sue canzoni, le sfumature della voce di una grande artista, quasi a volerla rendere eterna, a non accettare la perdita. Una diva con un grande dono, capace di fare sognare, con una voce penetrante… In qualche modo mi sono sentito parte del sistema responsabile della sua morte, fans che per tanti anni ha nutrito la parte narcisista dello psichismo di Whitney, contribuendo a quel senso di onnipotenza smisurata che l’essere divi e il successo in generale creano. Mi sono immaginato (naturalmente l’idea psicopatologica che mi sono fatto e riporto è ricavata dalle notizie riportate dai giornali e dai telegiornali) il percorso di Whitney da grande artista, il suo IO narcisizzato dal successo e i tantissimi tratti borderline di personalità in quel momento nascosti, che improvvisamente si scopre debole ed inconsistente a vivere tappe della vita più normali, più quotidiane, senza riflettori, di sicuro meno felici, in balia di quella solitudine e depressione (figlia del senso di inadeguatezza che la fine del successo regala),  tali da non vedere le possibili alternative che la vita ci regala in ogni sua tappa, in momenti belli e in momenti meno belli … e così mi sono convinto che questa é una possibile fine di una grande DIVA, della persona idealizzata, del mito, di un ESSERE che nel globale ha vissuto una esistenza profondamente BORDERLINE, paradossalmente decisa in negativo dalla MUSICA, dalla sua VOCE che le aveva fatto conquistare il MONDO e che oggi le ha tolto la VITA.

Ma il mio pensiero è andato, anche, a tutte le persone che DIVE non sono, le persone della nostra quotidianità, più anonime e più numerose, forse più sole e con meno possibilità, che vivono percorsi e sofferenze analoghe e rischiano inconsapevolmente di vivere una vita (da border) superficiale e triste.