Con qualche giorno di ritardo, vi riporto alcuni pensieri di qualche giorno fa… Il giorno della Memoria.
La prima cosa che mi è venuta in mente è stata mia zia, Maria, in realtà una zia di mio padre che ha praticmente vissuto con noi per tutta la vita. Ricordo questa arzilla, forse troppo, vecchietta, nata nel 1902 ma registrata nel 1903 (un particolare che ha ripetuto per anni per farmi capire come fosse confusa la sua epoca in cui si registravano i figli con mesi di ritardo), che ha con me condiviso lunghi pomeriggi invernali ed estivi, in cui a volte si raccontava… aveva perso due fratelli in guerra: uno grande nella prima guerra modiale, uno più piccolo durante la seconda. Ricordo che parlava di Russia e Africa, lasciando intravedere la speranza di riabbracciare uno dei fratelli dato per disperso… una sofferenza composta. In realtà era una Zia/Nonna che mi trasmetteva le sue Memorie, alcune volte mi sembravano racconti fantastici e altre volte mi sembrava che inventasse per quanto fossero lontani da un bambino di 5/6 anni…
Memoria. Anni fa il prof. Maurizio Andolfi, mio docente alla Sapienza di psicoterapia della famiglia e della coppia, all’epoca si chiamava ancora così la psicoterapia sistemico-relazionale, durante una lezione del corso ebbe a dire: “… ci chiediamo alle volte dai racconti delle nostre famiglie per quanti anni la guerra vissuta dai padri dei padri dei ragazzi debba pesare sui figli, a cui si chiedono sacrifici tipici di quei tempi austeri… “. Vivevamo la fine degli anni ’80 si viveva benessere e ricchezza…
Memoria. Ho provato ad essere empatico, a mettermi nei panni di quei ragazzi, di quegli uomini che sorridono nella foto… ho provato a mettermi nei panni di una donna prigioniera, resa doma da un fucile, maltrattata, spintonata e forse abusata, a cui sono stati tolti i figli e la dignità, ho provato a mettermi nei panni di quei bambini, prigionieri della follia, che hanno vissuto quello che per me sembrava lontano già come racconto di una zia, ho provato a sentirmi stretto in un vagone, con tanti uomini e bambini, a sentirmi angosciato e soffocato per non poter stare seduto o per non poter nemmeno lavarmi o peggio vivere fisiologicamente la mia natura di uomo, dovermi trattenere per non infastidire gli altri, per la vergogna di esistere… Non ci sono riuscito, non sono riuscito a provare quel dolore, allo stesso modo rimuovente come quando emerge dal nostro inconscio, un pensiero negativo, che non vogliamo vivere, che ci crea angoscia, che tocca le corde dell’angoscia di morte o di malattia…
Memoria. Sì di quegli anni andati, memoria di oggi, perchè oggi viviamo ancora due CANCRI RELAZIONALI che sembrano essere paralleli e invariabili all’evoluzione e alle epoche: POTERE e NON ACCETAZIONE DELLA DIFFERENZA. Guardiamoci attorno e scopriremo che anche oggi, come allora, le nostre RELAZIONI risentono (secondo la classica definizione sociologica di Max Weber) di POTERE COME FORZA: «Il potere è la possibilità che un individuo, agendo nell’ambito di una relazione sociale, faccia valere la propria volontà anche di fronte a un’opposizione». Siamo vittime della nostra Onnipotenza (colui che ha potenza assoluta e illimitata, come se fosse una divinità…). DIFFERENZA, accettazione della condizione di diversità dell’altro, che porta all’Accettazione dell’ESSERE in quanto UOMO, ma anche se volessimo andare più nel profondo in quanto ANIMALE…
Memoria. Mi è venuta forte una immagine di alcuni giorni fa, devo aver letto su un giornale di una particolare Danza di alcuni elefanti che con la proboscite sembravano accarezzare un piccolo morto da alcuni minuti. Tutta la tribù partecipava al lutto della Madre. Il LUTTO appunto, che mi riporta alla MEMORIA di un UOMO che uccide un altro UOMO, che con in mano il potere di un fucile, di un carroarmato o di una qualsivoglia FORZA, toglie DIGNITA’ ad un SIMILE, inconsapevole che in quel momento sta uccidendo se stesso… perchè comunque potrà raccontarsela l’uomo che resta sarà cambiato per sempre… la propria ANIMA non avrà più riposo…
Scrivi un commento