Punti di vista unici e verità fluttuanti

La psicoterapia, e soprattutto i teorici del modello sistemico, hanno sviluppato un modo di pensare secondo il quale, in uno scambio relazionale, esistono sempre diversi punti di vista.

Questi dipendono da moltissimi fattori: intrapsichici, contestuali, dalla storia personale, dalla posizione che occupiamo in una relazione, dalle nostre strategie, dalla cultura, dall’educazione, da componenti biologiche e da tanto altro.

Per questo motivo uno stesso fatto relazionale o sociale può avere interpretazioni differenti.

La parte che mi preme sottolineare è che questi punti di vista possono essere più o meno razionali, emotivi, consapevoli o inconsapevoli, ma rimangono punti di vista e non verità assolute.

Tanto che possono modificarsi persino all’interno della stessa persona nel corso del tempo.

Troviamo già prima dei costruttivisti sistemici pensatori che avevano sviluppato idee in qualche modo vicine.

Giambattista Vico, già nel Settecento, attraverso il principio del verum-factum, sostiene che l’uomo conosce veramente ciò che costruisce. Non siamo ancora nel costruttivismo sistemico, naturalmente, ma troviamo già l’idea che ciò che conosciamo abbia anche a che fare con il modo in cui lo costruiamo.

Kant è decisivo per il tema del punto di vista: noi non conosciamo la “cosa in sé”, ma il fenomeno così come viene organizzato dalle nostre categorie percettive e cognitive.

Tradotto, molti anni dopo, nel linguaggio sistemico: non vediamo semplicemente il mondo. Vediamo il mondo attraverso le nostre modalità di organizzarlo.

Nel Novecento diventa centrale Heinz von Foerster, con la cibernetica di secondo ordine: l’osservatore non può più essere considerato completamente esterno al sistema che osserva.

Ma perché oggi voglio scrivere di punti di vista unici e di verità personali fluttuanti?

Per prima cosa per ribadire la pericolosità di alcune “verità” raccontate attraverso i social.

A questo riguardo vi porto due esempi tratti da reel incontrati recentemente su Instagram.

Prima situazione

Una storia racconta l’esasperazione di alcuni poliziotti nell’arrestare persone anche pericolose che, dopo poco tempo, vengono nuovamente rimesse in libertà e talvolta sembrano persino prendersi beffa della situazione di fermo o arresto.

Il reel sottolinea la frustrazione degli agenti di polizia che, di fronte a un sistema giudiziario garantista — caratteristica fondamentale di uno Stato di diritto — possono sentirsi demotivati nel portare avanti in maniera etica e professionale il proprio lavoro.

A questo si aggiunge inevitabilmente anche il punto di vista economico.

Ricordo che nei miei primi anni di lavoro un paziente poliziotto si lamentava esattamente della stessa cosa.

Arrestavano delinquenti legati anche ad associazioni criminali importanti, rischiando personalmente, e lui mi diceva:

“Dottore, devo rischiare la vita per quello che ci pagano, con la beffa che poi li liberano il giorno dopo?”

Era il suo punto di vista.

Dentro quella frase c’erano probabilmente paura, rabbia, senso di impotenza, responsabilità verso la propria famiglia e percezione del rischio.

Quel punto di vista merita di essere ascoltato e compreso, senza per questo diventare una descrizione completa della realtà.

In uno Stato garantista esistono infatti indagini, processi, strumenti di difesa e sentenze. Possiamo discutere sulla loro efficacia e soprattutto sui tempi della giustizia italiana, ma la tutela dei diritti dell’accusato rimane uno dei principi fondamentali di una società democratica.

Seconda situazione

In un altro reel una giovane donna, aspirante influencer, racconta la propria esperienza di coppia.

La sua verità è che, per far funzionare una coppia, bisognerebbe “aprirla”.

Spiega così la propria idea di coppia aperta: il partner può avere rapporti con altre donne, mentre lei sceglie di non avere altri uomini, lo aspetta a casa, gli prepara la cena e racconta questa organizzazione della relazione come qualcosa che, secondo lei, potrebbe far funzionare meglio le coppie.

L’influencer che commenta il video introduce però una distinzione importante.

Se tu vuoi vivere così e questa organizzazione della coppia è condivisa e soddisfacente per entrambi, pieno rispetto della vostra scelta.

Ma non puoi trasformarla automaticamente nella soluzione per tutte le coppie.

Ed è proprio questo il punto.

Quella scelta potrebbe essere autenticamente libera e consapevole.

Oppure potrebbe nascondere dipendenza, paura dell’abbandono, bisogno di compiacere il partner o un’asimmetria relazionale.

O potrebbe ancora significare qualcosa di completamente diverso.

Da un reel non possiamo stabilirlo.

Possiamo però discutere il momento in cui una scelta personale viene trasformata in una teoria universale su come dovrebbero vivere gli altri.

Con i social questa sorta di onnipotenza dei punti di vista sembra essersi rafforzata e, soprattutto, spesso manca il confronto con idee realmente alternative.

Comprendere che il nostro punto di vista è nostro, e che contiene cultura, educazione, esperienze, emozioni e storia personale, diventa quindi fondamentale.

La persona arrestata del primo esempio può percepire il proprio arresto in un certo modo, mentre il poliziotto che l’ha arrestata può viverlo in maniera completamente differente.

Il magistrato ne avrà ancora un’altra lettura.

La famiglia dell’arrestato un’altra ancora.

La vittima eventualmente coinvolta un’altra ancora.

Eppure tutti stanno partecipando allo stesso evento.

Anche l’esperienza del carcere non può essere ridotta a una sola interpretazione. Oltre alla privazione della libertà può produrre effetti psicologici, sociali e identitari molto differenti a seconda della persona, del contesto e della storia precedente. Può rappresentare un’esperienza di rottura, di ulteriore marginalizzazione oppure, in alcuni casi, anche un’occasione di cambiamento.

Ancora una volta: dipende dal punto di osservazione e dalla storia della persona.

Potrei continuare, perché questo discorso è molto più psicologico di quanto possa sembrare.

Negli studi di psicoterapia osserviamo continuamente come la rigidità dei significati e l’incapacità di considerare spiegazioni alternative siano frequentemente presenti nella sofferenza psicologica e in molti quadri psicopatologici.

Il problema interessante è che oggi il web offre a ciascuno di noi un enorme sistema di conferme.

Raccontiamo una nostra convinzione.

Riceviamo like.

Qualcuno la condivide.

L’algoritmo ci propone altre persone che la pensano allo stesso modo.

E progressivamente rischiamo di non percepire più quella convinzione come una nostra interpretazione della realtà, ma come la realtà.

In questo modo una rigidità personale può trovare continuamente conferme esterne, fino a diventare sempre più difficile da mettere in discussione.

Tornando alla psicoterapia, credo che ognuno di noi dovrebbe mantenere una certa attenzione quando comincia a pensare di possedere verità assolute sul funzionamento delle relazioni, delle persone o della vita.

Quando una nostra spiegazione del mondo diventa impermeabile a ogni alternativa può trasformarsi lentamente in una prigione psicologica.

Riconoscere la pluralità dei punti di vista non significa però pensare che tutte le versioni della realtà siano equivalenti.

Esistono fatti, responsabilità, leggi, dati e conoscenze scientifiche che possono essere verificati.

Significa piuttosto distinguere, per quanto possibile, i fatti dalle interpretazioni e ricordare che ogni interpretazione nasce da un osservatore, da una storia e da una posizione.

Forse il punto non è rinunciare alle nostre convinzioni.

È riuscire a conservarle lasciando aperta una piccola possibilità:

potrebbe esserci anche un altro modo di vedere ciò che sto guardando.

Bibliografia

  • Vico, G. B. (1710), De antiquissima Italorum sapientia. È il riferimento al principio del verum-factum, che lega conoscenza e costruzione.
  • Kant, I. (1781/1787), Critica della ragion pura. Fondamentale per la distinzione tra fenomeno e “cosa in sé” e per il ruolo delle strutture del soggetto conoscente.
  • Bateson, G. (1972), Steps to an Ecology of Mind, Chandler; trad. it. Verso un’ecologia della mente, Adelphi. Lo inserirei perché costituisce uno dei passaggi fondamentali verso l’epistemologia sistemica.
  • von Foerster, H. (2003), Understanding Understanding: Essays on Cybernetics and Cognition, Springer. Von Foerster è uno dei riferimenti centrali della cibernetica di secondo ordine e della riflessione sull’osservatore. 
  • Watzlawick, P. (a cura di) (1984), The Invented Reality: How Do We Know What We Believe We Know?, W. W. Norton. È probabilmente il libro che più direttamente dialoga con il tema dell’articolo: come costruiamo realtà che successivamente consideriamo “la realtà”. 
  • Cecchin, G. (1987), “Hypothesizing, Circularity, and Neutrality Revisited: An Invitation to Curiosity”, Family Process, 26(4), 405–413. Questo lo metterei assolutamente: Cecchin propone la curiosità come posizione che impedisce al terapeuta di irrigidirsi in una sola spiegazione. 
  • Cecchin, G. F., & Apolloni, T. (2003), Idee perfette. Hybris delle prigioni della mente, FrancoAngeli. Per il tuo finale è particolarmente pertinente.