Negli ultimi anni incontro sempre più spesso giovani che sembrano essere spariti dalla vita reale.

Dormono fino al primo pomeriggio, trascorrono la notte davanti al computer, giocano online, navigano sui social, partecipano a chat infinite, costruiscono relazioni virtuali che occupano gran parte della loro giornata.

La loro stanza diventa il centro del mondo.

Fuori da quella porta restano la scuola, il lavoro, gli amici, gli affetti, le sfide della crescita e, spesso, anche i genitori.

Quando questi ragazzi arrivano in terapia, la descrizione che le famiglie portano è quasi sempre la stessa:

“Non esce più.”
“Vive di notte.”
“Non studia.”
“Non lavora.”
“Passa tutto il tempo davanti allo schermo.”

Dietro questi comportamenti, però, raramente troviamo pigrizia o mancanza di volontà.

Molto più spesso troviamo sofferenza.

Il peso del fare

Viviamo in una società che misura il valore delle persone attraverso le prestazioni.

Studiare.
Lavorare.
Produrre.
Riuscire.

Per alcuni giovani il mondo esterno viene percepito come un luogo in cui ogni azione è sottoposta a giudizio.

Ogni esame può diventare una sentenza.
Ogni colloquio una minaccia.
Ogni relazione una possibile ferita.

In queste condizioni il ritiro non è una scelta di comodità.

È una strategia di sopravvivenza.

Non esco perché fuori sto male.
Non provo perché potrei fallire.
Non mi espongo perché potrei essere umiliato.

La stanza diventa così un rifugio.

Un luogo apparentemente sicuro dove il dolore viene anestetizzato.

La notte come spazio protetto

Molti di questi ragazzi iniziano progressivamente a invertire il ritmo sonno-veglia.

Dormono di giorno e vivono di notte.

La notte ha caratteristiche particolari.

Il telefono squilla meno.
Le richieste diminuiscono.
I genitori dormono.
Il mondo sembra rallentare.

La notte diventa il momento in cui si può esistere senza essere continuamente sollecitati.

È una forma di adattamento che spesso protegge dall’ansia, ma che finisce per allontanare ulteriormente dalla vita sociale.

La rete che sostiene e imprigiona

Internet rappresenta una risorsa straordinaria.

Molti ragazzi trovano online amicizie autentiche, gruppi di appartenenza, passioni condivise e occasioni di apprendimento.

Sarebbe un errore demonizzare il mondo digitale.

Il problema nasce quando il virtuale sostituisce completamente il reale.

Quando il ragazzo non utilizza più la rete come strumento ma come rifugio permanente.

Quando ogni esperienza significativa viene vissuta esclusivamente attraverso uno schermo.

In quel momento il digitale non amplia la vita.

La sostituisce.

Le guerre familiari

I genitori assistono spesso impotenti a questa trasformazione.

All’inizio chiedono.

Poi insistono.

Successivamente controllano.

Infine combattono.

Le conversazioni si trasformano in interrogatori.

Le richieste in accuse.

Le preoccupazioni in conflitti quotidiani.

Il ragazzo si chiude ancora di più.

I genitori aumentano la pressione.

Si crea una spirale che alimenta il problema.

La famiglia finisce per organizzarsi intorno al sintomo.

Si parla quasi esclusivamente del figlio ritirato.

Ogni giornata ruota attorno alla sua inattività.

Il sintomo diventa il principale regolatore delle relazioni familiari.

Uno sguardo sistemico

La prospettiva sistemica ci invita a non cercare un colpevole.

Non esistono quasi mai spiegazioni semplici.

Esistono invece storie relazionali complesse.

Molti ragazzi ritirati provengono da famiglie che hanno attraversato separazioni dolorose, lutti, conflitti cronici, assenze emotive o profonde fragilità affettive.

Altre volte troviamo genitori molto presenti ma estremamente ansiosi.

Madri e padri che oscillano tra iperprotezione e scoraggiamento.

Momenti di controllo intenso alternati a fasi di rinuncia educativa.

In alcuni casi il giovane sembra essere diventato il contenitore delle paure dell’intero sistema familiare.

In altri casi porta il peso di aspettative molto elevate.

Il messaggio implicito diventa:

“Devi riuscire.”

Ma quando il fallimento viene vissuto come catastrofico, la soluzione più sicura può apparire quella di non tentare più.

Le maturità facili e gli aiuti che rischiano di diventare trappole

Negli ultimi anni sono aumentate le situazioni in cui ragazzi molto fragili riescono a conseguire titoli di studio attraverso percorsi fortemente facilitati.

Naturalmente ogni sostegno educativo può rappresentare una risorsa importante.

Nessuno dovrebbe essere lasciato solo nella propria difficoltà.

Ma esiste anche una domanda che dobbiamo avere il coraggio di porci.

L’aiuto sta favorendo l’autonomia oppure sta proteggendo il sintomo?

Quando ogni ostacolo viene rimosso, il giovane rischia di non sperimentare mai la propria capacità di affrontare le difficoltà.

Il mondo appare sempre più pericoloso.

Lui sempre più fragile.

Gli altri sempre più necessari.

L’intenzione è aiutare.

Il rischio è confermare inconsapevolmente l’idea che non possa farcela da solo.

Dietro la chiusura c’è spesso una depressione silenziosa

Molti di questi ragazzi non si presentano come depressi.

Non piangono.

Non parlano necessariamente di tristezza.

Non sembrano disperati.

Ma dietro l’apatia, il ritiro, l’inversione del ritmo sonno-veglia, la perdita di interesse per la vita reale e la rinuncia progressiva alle esperienze di crescita, troviamo spesso forme di depressione mascherata.

Una depressione che si esprime attraverso il ritiro più che attraverso il dolore dichiarato.

Una depressione che non grida.

Si spegne lentamente.

Riaprire la porta

Il lavoro terapeutico non consiste nello strappare il ragazzo dalla sua stanza.

Consiste nel comprendere perché quella stanza sia diventata così necessaria.

Dietro ogni porta chiusa c’è una storia.

Dietro ogni isolamento c’è una sofferenza che cerca protezione.

Dietro ogni ragazzo che sembra non voler vivere, molto spesso troviamo un ragazzo che non si sente abbastanza forte per affrontare la vita.

La terapia non può limitarsi a modificare un comportamento.

Deve aiutare il giovane e la sua famiglia a costruire nuove possibilità di relazione.

Perché nessuno esce davvero dalla propria stanza semplicemente perché qualcuno gli ordina di farlo.

Si esce quando il mondo torna a sembrare un luogo sufficientemente sicuro da poter essere abitato.

Quando il gruppo diventa una porta aperta

Nella mia esperienza clinica una delle risposte più interessanti a queste forme di ritiro sociale è rappresentata dalla terapia di gruppo tra giovani. Molti ragazzi arrivano con la convinzione che il mondo esterno sia un luogo ostile, giudicante, pericoloso. Hanno perso fiducia negli altri e, spesso, anche in se stessi.

Il gruppo offre loro un’esperienza diversa. Per la prima volta incontrano coetanei che condividono paure simili, fragilità analoghe, difficoltà che fino a quel momento avevano vissuto come una vergogna personale. Scoprono di non essere gli unici a sentirsi inadeguati, spaventati o bloccati.

Seduta dopo seduta, il gruppo diventa un piccolo laboratorio relazionale in cui si può sperimentare fiducia, confronto, appartenenza e sostegno reciproco. Le relazioni smettono di essere soltanto fonte di ansia e tornano gradualmente a diventare una risorsa.

In questo senso il lavoro terapeutico non consiste semplicemente nel convincere un ragazzo a uscire dalla propria stanza. Consiste nel costruire insieme a lui esperienze capaci di rendere il mondo esterno nuovamente abitabile. Quando un giovane scopre che esistono luoghi in cui può essere accolto senza essere giudicato, può sbagliare senza essere umiliato e può sentirsi parte di qualcosa senza dover dimostrare continuamente il proprio valore, allora quella porta chiusa inizia lentamente ad aprirsi.

Non perché qualcuno l’abbia forzata dall’esterno, ma perché dall’altra parte comincia finalmente a intravedere qualcosa che vale la pena raggiungere.

Bibliografia ragionata

  • L’età tradita – Vittorino Andreoli (2010), Rizzoli. Analisi delle fragilità adolescenziali e del ritiro dalle esperienze di crescita.
  • Il disagio della civiltà – Sigmund Freud (1930), Bollati Boringhieri. Riflessione sul rapporto tra individuo, desiderio e richieste sociali.
  • Pragmatica della comunicazione umana – 1967, Astrolabio. Fondamentale per comprendere i circuiti comunicativi familiari.
  • Mente e natura – 1979, Adelphi. Una delle basi del pensiero sistemico e della comprensione delle relazioni.
  • Famiglie e terapia della famiglia – 1974, Astrolabio. Analisi delle strutture familiari e delle dinamiche di svincolo.
  • Hikikomori – 1998 (edizioni italiane successive), Bruno Mondadori. Testo fondamentale sul ritiro sociale giovanile.