Quando il male si presenta in modo affascinante

Guardando Nuremberg con Russell Crowe si resta colpiti da un aspetto che spesso sfugge alle narrazioni più semplicistiche del male: Hermann Göring non appare come un mostro nel senso cinematografico del termine.

È intelligente, brillante, ironico, seduttivo, capace di leggere le persone e di adattare il proprio comportamento alle circostanze. In molti momenti sembra quasi più simpatico dei suoi accusatori.

Ed è proprio questo uno degli aspetti più inquietanti del narcisismo patologico: raramente si presenta con il volto della brutalità. Più spesso si manifesta attraverso fascino, sicurezza, capacità comunicativa e apparente grandezza.

Il film mostra bene come il potere possa trasformarsi in uno specchio che restituisce continuamente un’immagine grandiosa di sé.

Il narcisista e il bisogno di sentirsi speciale

Nella letteratura clinica il disturbo narcisistico di personalità è caratterizzato da una percezione grandiosa di sé, bisogno di ammirazione e ridotta capacità empatica.

Ma chi lavora in psicoterapia sa che dietro la grandiosità si nasconde spesso una fragilità profonda.

Il narcisista non può permettersi di essere ordinario.

Ha bisogno di sentirsi eccezionale.

Ha bisogno di vincere.

Ha bisogno di avere ragione.

Ha bisogno che il mondo confermi continuamente la sua superiorità.

Nel film Göring continua a comportarsi come un leader anche quando è sconfitto. Non rinuncia mai completamente alla propria immagine. Persino nel contesto giudiziario cerca di dominare la scena, di sedurre gli interlocutori e di orientare la narrazione degli eventi.

Non difende semplicemente sé stesso.

Difende il personaggio che ha costruito.

“The only clue to what man can do is what man has done.”
(L’unico indizio di ciò che l’uomo può fare è ciò che l’uomo ha già fatto.)

È una frase dello storico e filosofo britannico R. G. Collingwood e viene utilizzata dal film come monito finale.

  • il male non appartiene a una categoria speciale di “mostri”;
  • Göring appare umano, intelligente, persino affascinante;
  • proprio perché è umano, ciò che ha fatto rimane una possibilità inscritta nella storia umana;
  • il compito della memoria non è rassicurarci, ma ricordarci che certe dinamiche possono ripresentarsi sotto forme diverse.

Mi piace molto anche un’altra idea che emerge dal film e dagli studi sullo psichiatra Douglas Kelley: il problema non era capire se Göring fosse un mostro, ma capire come una persona apparentemente normale potesse partecipare a un sistema di sterminio. Kelley arrivò a sostenere che considerare i nazisti semplicemente “pazzi” o “mostri” rischiava di assolverli dalle loro responsabilità morali.

Questa, dal punto di vista sistemico, è forse la lezione più inquietante di tutto il film.

La strategia come modalità relazionale

Un elemento particolarmente interessante del film è la dimensione strategica.

Göring osserva, studia, comprende rapidamente le vulnerabilità degli altri.

Non entra nelle relazioni per incontrare realmente l’altro.

Entra nelle relazioni per orientarle.

Questo è uno degli aspetti che più frequentemente si osservano nelle forme gravi di narcisismo: l’altro rischia di diventare uno strumento, una funzione, un pubblico.

L’incontro lascia il posto alla manipolazione.

L’ascolto lascia il posto al calcolo.

La reciprocità lascia il posto alla gestione dell’immagine.

Lo psichiatra che intuì qualcosa del futuro

Una delle figure più affascinanti del film è quella dello psichiatra incaricato di valutare i gerarchi nazisti.

Dietro il lavoro diagnostico emerge una domanda più ampia: come può una persona intelligente, colta e apparentemente normale partecipare a processi di distruzione di massa?

La risposta non riguarda soltanto Göring.

Riguarda tutti noi.

In un certo senso lo psichiatra sembra intuire che il problema non sia confinato al Terzo Reich.

Il narcisismo non muore con la guerra.

Cambia forma.

Si adatta.

Si modernizza.

Oggi i nuovi narcisismi non indossano necessariamente uniformi militari.

Possono indossare completi eleganti.

Possono abitare i social network.

Possono guidare aziende, movimenti politici, piattaforme digitali o comunità virtuali.

La ricerca spasmodica di consenso, visibilità e adorazione rappresenta una delle grandi trasformazioni psicologiche del nostro tempo.

Dai leader carismatici agli algoritmi dell’ammirazione

I mostri raramente si presentano come mostri. A volte sono intelligenti, brillanti, affascinanti. Ed è proprio questo che li rende pericolosi.

Il narcisismo contemporaneo non vive soltanto nelle persone.

Vive anche nei sistemi.

I social media hanno costruito ambienti nei quali l’approvazione pubblica diventa una forma quotidiana di nutrimento psicologico.

Like, follower, visualizzazioni e consenso rischiano di trasformarsi in misuratori del valore personale.

La logica della complessità lascia spazio alla logica della visibilità.

Essere visti diventa più importante che comprendere.

Essere seguiti più importante che ascoltare.

Essere ammirati più importante che costruire relazioni autentiche.

Una riflessione sistemica: quando la vittima rischia di assomigliare al persecutore

La lezione più difficile di Norimberga forse non riguarda il passato ma il presente.

La prospettiva sistemica ci insegna che le relazioni umane non sono mai statiche.

Chi è stato vittima può sviluppare una sensibilità straordinaria verso il dolore.

Ma può anche correre il rischio di organizzare la propria identità intorno alla ferita subita.

Quando la sofferenza diventa l’unico filtro interpretativo della realtà, la vendetta può travestirsi da giustizia.

La storia del popolo ebraico rappresenta una delle tragedie più terribili del Novecento.

Proprio per questo il conflitto contemporaneo in Medio Oriente pone interrogativi etici enormi.

Non si tratta di stabilire equivalenze storiche impossibili e improprie.

Si tratta di interrogarsi su un rischio universale: cosa accade quando il trauma collettivo produce nuove forme di disumanizzazione?

La domanda sistemica non è chi abbia ragione.

La domanda è come interrompere la catena delle identificazioni reciproche che trasformano continuamente vittime e persecutori in ruoli destinati a riprodursi.

La vera lezione di Norimberga

Il film ci ricorda che il male raramente si presenta come qualcosa di estraneo all’essere umano.

Più spesso nasce dall’incontro tra bisogno di potere, fragilità identitaria, ricerca di grandezza e incapacità di riconoscere l’altro come persona.

Per questo Norimberga non parla soltanto del nazismo.

Parla di una possibilità sempre presente nella storia umana.

La possibilità che l’ammirazione diventi idolatria.

Che il potere diventi verità.

Che il carisma sostituisca la coscienza.

E che l’uomo finisca per amare la propria immagine più della realtà

Norimberga non ci chiede soltanto di giudicare il passato. Ci obbliga a interrogarci sul presente. Perché, come ricorda la frase finale del film, «l’unico indizio di ciò che l’uomo può fare è ciò che l’uomo ha già fatto». E forse la domanda più scomoda non riguarda Göring, ma ciascuno di noi e le società che continuiamo a costruire.

La tragedia non nasce quando qualcuno si sente potente. Nasce quando smette di vedere gli altri come esseri umani e inizia a considerarli soltanto comparse della propria storia.

Bibliografia ragionata

  • Il narcisismo. L’identità rinnegata (1983) – Un classico per comprendere la struttura profonda della personalità narcisistica oltre la semplice grandiosità.
  • Le nuove malattie dell’anima (1993) – Riflessione sulle fragilità identitarie contemporanee e sui vuoti del Sé.
  • La cultura del narcisismo (1979) – Testo fondamentale per comprendere il passaggio dal narcisismo individuale al fenomeno sociale.
  • Il sé multiplo (2016) – Visione contemporanea dell’identità e delle configurazioni della personalità.
  • Verso un’ecologia della mente (1972) – Fondamentale per una lettura sistemica dei processi sociali e relazionali.
  • La realtà della realtà (1976) – Utile per comprendere come le narrazioni collettive costruiscano mondi sociali condivisi.
  • Il male. Una sfida alla psicologia e alla religione (1982) – Una riflessione profonda sul rapporto tra potere, responsabilità e distruttività umana.