Non cerco verità: cerco connessioni
Intervista a Pasquale Tarantini
“Un articolo non serve a dire alla gente come deve pensare.
Serve ad aprire possibilità di lettura.”
Ogni articolo nasce da connessioni.
Tra esperienze diverse.
Tra emozioni, cultura, relazioni e storie personali.
Gregory Bateson parlava della necessità di imparare a vedere “il pattern che connette”: quei legami invisibili che uniscono fenomeni apparentemente lontani e che spesso sfuggono a uno sguardo troppo lineare o troppo rigido.
Forse è anche per questo che ho immaginato questa strana intervista a me stesso.
Un esercizio riflessivo:
provare a osservare il modo in cui nasce uno sguardo clinico sul mondo, come prendono forma gli articoli, come si costruiscono certe connessioni e perché, oggi più che mai, sento il bisogno di scrivere non per offrire verità definitive, ma possibilità di lettura.
Intervista a me stesso
1. I suoi articoli partono spesso da cronaca, cinema, sport, relazioni, social network. Come nascono?
Non nascono quasi mai da un progetto rigido.
Spesso nasce tutto da qualcosa che mi colpisce emotivamente: una scena di un film, una notizia, una frase ascoltata in seduta, una partita di tennis, una coppia vista al ristorante, un adolescente chiuso nel telefono.
A quel punto non penso subito a “cosa devo spiegare”, ma a cosa quella situazione racconti del nostro tempo.
La psicoterapia sistemica mi ha insegnato che nulla esiste isolato.
Ogni comportamento, anche il più assurdo, vive dentro una rete di relazioni, linguaggi, silenzi, paure, desideri, modelli culturali.
Gli articoli nascono lì: nel tentativo di collegare pezzi apparentemente lontani.
2. Come dovrebbero essere letti questi articoli?
Sicuramente non come verità assolute.
Non mi interessa scrivere articoli che dicano: “Le cose stanno così”.
Preferisco pensare agli articoli come a ipotesi sul mondo.
Mappe, non territori.
Chi legge dovrebbe sentirsi libero di riconoscersi, dissentire, completare, aggiungere qualcosa della propria esperienza.
In fondo anche la psicoterapia funziona così: non imponendo significati, ma creando nuove possibilità di lettura.
3. Nei suoi testi torna spesso il pensiero di Bateson. Cosa significa per lei “il pattern che connette”?
Gregory Bateson parlava del “pattern che connette” come della capacità di vedere relazioni tra fenomeni apparentemente separati.
Per me è un’idea fondamentale.
Un ragazzo aggressivo non è solo “aggressivo”.
Una coppia in crisi non è solo “una coppia che litiga”.
Un adolescente ossessionato dal corpo non è solo un ragazzo fragile.
Ci sono connessioni tra famiglia, cultura, social network, storia personale, desiderio di appartenenza, paura dell’esclusione, modelli estetici, economia, linguaggio.
Gli articoli cercano proprio questo: non spiegare il mondo, ma aumentare la complessità dello sguardo.
4. Quanto c’è della sua esperienza clinica dentro quello che scrive?
Tantissimo.
Anche quando non parlo direttamente di terapia.
Naturalmente non racconto i pazienti.
Ma la clinica ti cambia il modo di guardare la vita.
Dopo anni passati ad ascoltare persone, inizi a capire che dietro quasi ogni comportamento umano c’è una forma di sofferenza, di protezione o di adattamento.
Questo non significa giustificare tutto.
Ma significa provare a capire prima di giudicare.
E oggi credo che il mondo abbia un enorme bisogno di comprensione complessa.
5. Nei suoi articoli convivono spesso dolore e bellezza. Perché?
Perché la vita funziona così.
Nella mia esperienza clinica ho visto persone trasformare ferite profonde in sensibilità, creatività, capacità di amare, attenzione agli altri.
Non penso esista una sofferenza “bella”.
La sofferenza resta sofferenza.
Ma penso che gli esseri umani abbiano una straordinaria capacità di costruire significato anche dentro esperienze molto dure.
Forse è questo che mi interessa raccontare.
6. Scrivere articoli oggi, nell’epoca dei social veloci e delle opinioni aggressive, ha ancora senso?
Secondo me sì.
Anzi, forse ne ha ancora di più.
Viviamo in un tempo che spinge continuamente verso semplificazioni estreme:
buoni contro cattivi, forti contro deboli, giusto contro sbagliato.
La psicoterapia invece insegna che gli esseri umani sono contraddittori, ambivalenti, incompleti.
Scrivere può servire a rallentare.
A creare uno spazio di pensiero.
Non per convincere qualcuno, ma per interrompere per un attimo il rumore.
7. Che cosa vorrebbe lasciare a chi legge i suoi articoli?
Vorrei lasciare domande più che risposte.
E magari la sensazione che dietro i comportamenti umani ci sia quasi sempre una storia che vale la pena ascoltare.
Perché quando smettiamo di guardare le persone come categorie e ricominciamo a guardarle come sistemi viventi, qualcosa cambia anche dentro di noi.
