Il cambiamento in psicoterapia sistemico-relazionale.
Dall’omeostasi all’irriverenza: pratiche dialogiche per trasformare i sistemi
Nel modello sistemico-relazionale il cambiamento non è un’azione sull’individuo, ma una trasformazione delle regole di interazione, dei confini, e dei significati condivisi. Dalla prima alla seconda cibernetica, fino agli sviluppi post-moderni e dialogici, il terapeuta passa dall’essere osservatore esterno a co-costruttore di storie e contesti. Con un’attenzione recente — come ricorda Mauro Mariotti — a evitare derive relativiste e a ricucire epistemologia e prassi clinica.
1) Perché “cambiare” in clinica significa cambiare relazioni e significati
Nell’approccio sistemico-relazionale i sintomi sono eventi del sistema: hanno senso nella trama di regole, aspettative e linguaggi che legano le persone tra loro.
Per questo il cambiamento non coincide con la “correzione” di un comportamento, ma con una riorganizzazione di significato: nuove cornici, nuove posture reciproche, nuove narrazioni.
Una distinzione utile per la storia della psicoterapia sistemica è tra cibernetica di primo ordine e di secondo ordine:
- Primo ordine: aggiustamenti entro assetti stabili (es. rinegoziare orari, routine, confini operativi).
- Secondo ordine: trasformazioni che toccano regole e cornici (chi decide cosa; quale narrativa governa la famiglia; che funzione ha il sintomo).
2) Dalla prima alla seconda cibernetica: come cambia lo sguardo
Prima cibernetica (omeostasi, retroazione negativa). Il focus è sul mantenimento dell’equilibrio: il terapeuta osserva dall’esterno e aiuta il sistema a ridurre le deviazioni (metafora del termostato).
Seconda cibernetica (osservatore incluso, autopoiesi).
L’osservatore è parte del sistema. Terapeuta e persone in terapia co-producono ciò che osservano. La terapia diventa un dialogo generativo: si lavora su linguaggi, cornici, differenze che si amplificano fino a generare nuove configurazioni.
Effetto pratico: non “aggiustiamo” persone; trasformiamo conversazioni.
3) Tre vie al cambiamento: struttura, strategia, narrazione
Strutturale (Minuchin). Si riorganizzano gerarchie e confini (coppia genitoriale, fratria, alleanze). Obiettivo: aumentare differenziazione e flessibilità.
Strategico (Haley/Madanes). Si interviene sul pattern ricorsivo con mosse brevi e prescrizioni mirate. Il focus è sul come la danza si mantiene.
Narrativo (White/Epston; Sluzki). Il problema è nella storia dominante, non nella persona. Si esternalizza il problema e si co-costruiscono storie alternative “meglio formate”, che ancorano identità e relazioni a risorse, valori ed eccezioni.
4) Meccanismi clinici del cambiamento
A. L’uso della comunicazione. Domande circolari, connotazione positiva, prescrizioni paradossali e riformulazioni cambiano la grammatica relazionale.
B. Contesto e co-costruzione. Il cambiamento emerge dal dialogo; terapeuta e sistema negoziano significati, ruoli, confini.
C. Resistenze come autoregolazione. La “resistenza” difende la coerenza del sistema. Si lavora con ridefinizioni, amplificazioni controllate, perturbazioni che aprono alternative senza violare la stabilità necessaria.
5) L’irriverenza (Cecchin): una libertà clinica che apre possibilità
L’irriverenza non è mancanza di rispetto, ma dubbio sistemico e curiosità radicale verso le nostre stesse ipotesi.
Strumenti: umorismo che alleggerisce, domande paradossali che scardinano rigidità, sospensione del giudizio per vedere oltre i binari abituali.
Obiettivo: evitare la riverenza ai modelli e mantenere la terapia viva, creativa, contestuale.
6) Epistemologie recenti e la critica di Mauro Mariotti: oltre il rischio relativista
Il passaggio al post-moderno e al dialogico ha moltiplicato prospettive e linguaggi. Tuttavia — come segnala Mauro Mariotti — se spinto all’estremo può produrre tre rischi:
- Relativismo difuso: tutto vale, nulla orienta.
- Svuotamento operativo: molta conversazione, poca trasformazione osservabile.
- Distanza tra teoria e stanza di terapia: epistemologia brillante ma poca accountability clinica.
Che fare, allora?
Mauro Mariotti invita a un’epistemologia situata e responsiva, capace di:
- Ricucire teoria e prassi: ogni scelta conversazionale va ancorata a ipotesi cliniche e criteri di esito (condivisione di indicatori con la famiglia/coppia: cosa vedremo di diverso? dove? quando? chi se ne accorge?).
- Integrare livelli: strutture, emozioni, narrazioni, contesti socio-culturali (multi-livello e multi-prospettico).
- Dichiarare il posizionamento del terapeuta: non neutralità astratta, ma responsabilità trasparente (quali valori porto? come influenzo ciò che accade?).
- Coltivare pratiche riflessive brevi ma regolari: micro-debrief post-seduta, équipe riflettente, note cliniche che connettano mosse, ipotesi, effetti.
In sintesi: dialogico sì, ma con orientamento; pluralismo sì, ma con criteri; creatività sì, ma con etica della responsabilità.
7) Dalle teorie alle pratiche: cosa fa “domani” un terapeuta sistemico
- Definisci target condivisi e osservabili.
“Se le cose andranno meglio, che scena vedremo a casa tra martedì e giovedì sera?” - Mappa le differenze che fanno differenza.
Chi nota per primo un micro-cambiamento? Chi lo sostiene? Chi lo spegne? - Allinea la mossa all’ipotesi.
Ogni intervento (domanda, prescrizione, ridefinizione) deve rispondere a: quale cornice voglio generare? quale funzione interrompere? - Monitora con micro-valutazioni.
Scala 0-10 co-definita, home task micro, “spie di bordo” (es. qualità del sonno, litigiosità, alleanze di cura).
8) Box operativi (per la formazione)
Esercizio A – Omeostasi vs Amplificazione delle differenze
Simula la stessa coppia con due conduzioni:
- Direttiva/strategica (stabilizzare)
- Dialogica (generare differenze)
Debrief: come si sono sentiti membri e terapeuti? Cosa è cambiato nel pattern?
Esercizio B – L’irriverenza che cura
Due terapeuti adottano ironia leggera e domande paradossali su una rigidità di coppia.
Debrief: l’ironia è rimasta rispettosa? Quale nuova ipotesi è emersa?
Esercizio C – Narrativo (Sluzki): “Riscrivere la storia”
- Storia dominante (trama, convinzioni, emozioni).
- Eccezioni e alleati; domande generative (“Chi ti ha visto diverso?”).
- Titolo alternativo e sinossi in due righe.
9) Conclusione: la bellezza concreta del cambiamento
Il cambiamento sistemico è non lineare: nasce da piccole differenze che, amplificate nel dialogo, riorganizzano la danza.
La sfida attuale è tenere insieme creatività e responsabilità, pluralismo e orientamento, domande generative e criteri d’esito.
Così la stanza di terapia resta un laboratorio di libertà relazionale, dove anche l’irriverenza diventa cura.
Bibliografia essenziale (selezione ragionata)
- Bateson, G. (1972). Verso un’ecologia della mente. Adelphi.
- von Foerster, H. (1981). Observing Systems. Intersystems.
- Keeney, B. P. (1983). Aesthetics of Change. Guilford.
- Boscolo, L., Cecchin, G., Hoffman, L., & Penn, P. (1987). Milano Systemic Family Therapy. Basic Books.
- White, M., & Epston, D. (1990). Narrative Means to Therapeutic Ends. Norton.
- Cecchin, G., Lane, G., & Ray, W. A. (1992). Irreverence: A Strategy for Therapist’s Survival. Family Process, 31(3), 219–230.
- Sluzki, L. E. (varî saggi). Storie meglio formate e pratica narrativa nella clinica.
- Anderson, H., & Goolishian, H. (1988). Human Systems as Linguistic Systems. Family Process, 27(4), 371–393.
- McNamee, S., & Gergen, K. J. (1992). Therapy as Social Construction. Sage.
- Bassoli, S., Mariotti, P., & Frison, L. (a cura di). Manuale di psicoterapia sistemica relazionale (Ed. Sapere) — per l’analisi critica delle epistemologie recenti e l’esigenza di riallineare teoria, etica e prassi.
