In questa foto di tanti anni fa un giovanissimo studente con il professor Luigi Boscolo. Chiesi al professor Luigi Boscolo durante una pausa di un suo workshop sulla psicoterapia sistemica, una foto ricordo. Non esitò a rendersi disponibile e a commentare con quel suo modo di fare accogliente e rasserenante. Mai avrei pensato di ritrovarla negli archivi del mio vecchio Pc in disuso, pochi giorni dopo la morte del professore.
Ricordare il professor Luigi Boscolo, non può prescindere dal raccontare a chi non l’avesse conosciuto, una sua modalità che trovai per me terapeutica: Luigi Boscolo parlava con un tono di voce talmente basso e riusciva a litigare con i più moderni microfoni. Quel suo modo di comunicare riusciva a tenere la platea in ascolto in un religioso silenzio che permetteva di ascoltare i suoi meravigliosi racconti terapeutici e i continui salti da una all’altra delle migliaia di storie che erano il suo ricchissimo bagaglio di esperienza terapeutica e di vita. Ma perché questa modalità o se si vuole caratteristica del professor Luigi Boscolo fu terapeutica per l’allora studente del corso di specializzazione in psicoterapia dott. Pasquale Tarantini? Facilmente spiegabile da chi mi conosce e sa benissimo che il basso tono della mia voce e il fare fatica ad ascoltarmi nelle aule, nonché i salti di argomento che utilizzo nel raccontare, i viaggi da una storia all’altra sono caratteristiche simili (con un po’ di presunzione) a quelle del professore, genio riconosciuto dell’arte di fare psicoterapia. Ricordo che per me ascoltare per la prima volta il professor Luigi Boscolo fu una grande iniezione di autostima per empatia da condivisione di modalità: in un attimo capì che la perfezione che cercavo con ipotetici corsi di dizione e comunicazione teatrale non mi sarebbe mai appartenuta e che sarei stato un valido terapeuta e comunicatore con il mio stile che non avevo mai accettato.
Vi riporto di seguito una parte della testimonianza di Max Cornwell tratta sempre dalla rivista sistemica Connessioni che chiude la parte di commemorazione tratta dalla rivista:
La terapia familiare internazionale ha perso un grande pensatore, un leader e un insegnante, con la morte di Luigi Boscolo, 82 anni, avvenuta all’inizio di gennaio di quest’anno. L’Italia ha perso un vero ambasciatore. Era malato da diversi anni, ma ha frequentato ostinatamente il suo amato Centro Milanese ogni giorno fino a quando non è stato troppo debole per continuare. Precedentemente, il suo amato figlio adottivo Guido era morto fra le sue braccia sulla strada su cui si affaccia il Centro, dopo una brutta esperienza post chirurgica. Lascia Jacqueline Pereira, nata a Haiti, sua moglie per circa 50 anni, di una forza unica, personale e professionale, e sua fidata alleata. Lascia anche il suo Centro e i suoi molti allievi, così come un inestimabile lascito di articoli originali e insegnamenti e pratiche creative disseminati per l’Italia e il mondo della terapia familiare. Molti sono ne sono stati influenzati o ne sono stati messi positivamente in questione.
Luigi era uno di tre gli nati a Sottomarina di Chioggia, a sud della laguna di Venezia, in un modesto contesto agricolo. Sua madre fu una gura di supporto e di ispirazione durante tutta la sua vita. Da ragazzo fu toccato in molti modi dalla Seconda Guerra Mondiale e per un periodo una batteria della contraerea tedesca stazionò nella sua fattoria. Alcuni dei militari furono gentili con il piccolo Luigi. Sua madre, dopo avere avventurosamente salvato il marito dai lavori forzati – facendosi largo nella colonna, schiaffeggiandolo ed insultandolo fingendo che fosse pazzo e che fosse fuggito alle sue cure –, insistette perché la famiglia si trasferisse nella bellissima città palladiana di Vicenza, dove in seguito avviarono una prospera attività di immagazzinamento a freddo di prodotti agricoli. Luigi ricordava spesso che alcuni soldati della batteria li aiutarono a loro rischio.
Una notte, stanco ed estremamente pensieroso, Luigi mi mostrò i luoghi in cui si nascondeva durante i raid aerei. La guerra rimase sempre parte di lui. Sprezzante verso il fascismo, non dimenticò mai le intricate ambiguità, le ironie e le alleanze forgiate durante l’infanzia e il disagio, le apparenti contraddizioni agli occhi di un osservatore inconsapevole, la grandezza dell’eroismo delle persone comuni nei confronti degli altri, i piccoli trionfi della sopravvivenza – il tutto sempre presentato all’interno di una profonda comprensione e di un amore per la storia e per le culture italiane intessute nelle sue conversazioni.
Luigi fu la prima persona della sua famiglia a frequentare l’università. Accolse questo fatto con umiltà e talvolta incredula ma affezionata lealtà verso le sue origini. Quando sposò Jackie a New York, rimase profondamente colpito nell’apprendere che i suoi genitori avevano organizzato una grande festa di matrimonio parallela, con due sedie vuote al tavolo degli sposi. Non potevano proprio contemplare che si sposasse senza che la famiglia partecipasse con molti ospiti.
