Addormentarsi vicino ai genitori è molto diffuso, anche se le interpretazioni sono diverse e spesso controverse, non sembra che il fenomeno abbia influenze negative sullo sviluppo dei bambini.

Cosleeping è il termine con cui si identificano tutte le situazioni in cui il bambino dorme con i genitori. In tutta la prima infanzia (fino ai tre anni) è una richiesta molto diffusa quella del bambino di addormentarsi vicino a i genitori. Al contrario sono molto diverse le modalità attraverso cui i genitori rispondono a tale richiesta: nei paesi occidentali (più evoluti!) viene vissuta come una richiesta “speciale e distinta” dalle altre ed etichettata come “vizio”. Tale richiesta invece è inquadrata nell’insieme dei naturali e “normali” comportamenti di attaccamento secondo la teoria dell’Attaccamento di John Bowlby e Mary Ainsworth.

Il bambino già nei primi mesi di vita ricerca la vicinanza delle figure parentali di riferimento (madre, padre e altre figure di accudimento), tale vicinanza ha lo scopo di proteggerlo dai “pericoli”. La ricerca di vicinanza si fa più intensa quando il bambino è a disagio, ammalato o spaventato. Il sonno è una situazione di vulnerabilità verso i pericoli dell’ambiente in cui l’uomo si è evoluto.

E’ ovvio, pertanto, affermare che la richiesta del “cosleeping” da parte del piccolo sia altamente motivata, e che sia opportuno e auspicabile soddisfarla, quanto meno nei primissimi anni di vita.

Questo costrutto è ampiamente confermato nelle stime di diffusione del “cosleeping primario” in tutti i paesi con culture tradizionali, tribali e pre-industriali dove si protrae ben oltre il terzo anno si età del bambino.

Nei paesi industrializzati asiatici è praticato dal 30% al 50% delle famiglie per alcuni anni; nei paesi industrializzati occidentali è praticato dal 5% al 10% per i primi tre anni.

Contrariamente a J. Bowlby e M. Ainsworth vi sono stati e eminenti studiosi tra cui Sant’Agostino, B. Spock, T. Berry Brazelton e Freud che per ragioni differenti, mettevano in guardia “contro i rischi di questa pratica”. In seguito Brazelton ha modificato la sua posizione, così come i freudiani post-moderni hanno ridefinito l’originaria posizione di Freud.

Negli anni ’90 un’interessante ricerca condotta da J. McKenna, S. Mosko e C. Richard ha sottolineato come “madre e neonato siano una coppia ben strutturata dall’evoluzione per dormine insieme”. Sono stati infatti, confrontati tracciati encefalo grafici, ritmi del respiro, temperatura corporea e altri parametri fisiologici evidenziando che quando mamma e piccolo dormono vicini mostrano interessanti parallelismi nelle fasi del sonno e in altri aspetti del loro encefalogramma. Non solo, nelle mamme i comportamenti di allattamento, accudimento, protezione e controllo sono facilitati e incrementati. Gran parte di questi comportamenti avviene senza il pieno controllo vigile contribuendo ad una migliore qualità del sonno.

Nel 2005 le linee guida dell’Accademia Americana di Pediatria raccomandava il “contatto precoce e notturno tra madre a bambino per facilitare l’allattamento”.

La questione si complica quando il “cosleeping” si protrae in età più avanzate. E’ luogo comune credere che coloro che protraggono questa pratica hanno cattive abitudini cioè sono “viziati” da un “cosleeping” primario e può essere causa di danni psicologici tra cui la mancanza di autonomia. Tali affermazioni si possono confutare senza ombra di dubbio.

L’idea che il “cosleeping secondario” cioè protratto oltre i primissimi anni di vita, derivi dal “vizio” del “cosleeping primario”, è sconfessata dagli studi sul fenomeno effettuati. Vi sono due studi effettuati in Italia e in Svizzera dove il fenomeno del “cosleeping” non è incoraggiato e pertanto poco praticato. In questo caso il fenomeno del “cosleeping”  che è inesistente nei primissimi mesi di vita del bambino, si fa molto più frequente nei bambini più grandicelli raggiungendo un picco intorno ai 4-5 anni di età. Dopodiché diviene meno ricorrente. Si comprende che l’innalzamento che si ha intorno ai 12 mesi (nella fase in cui i bambini cominciano a camminare e quindi a vivere una maggiore autonomia) sia dovuta al fatto che i bambini possano riuscire a raggiungere il lettone autonomamente e che siano nella relazione di attaccamento, più sensibili.

Si deduce che evitare il “cosleeping primario” non prevenga il “cosleeping secondario”: i genitori seguono il consiglio di evitare il “cosleping primario” ma, appena la motivazione di attaccamento del bambino si fa più intensa, molti figli si svegliano di notte e spaventati, ricercano la vicinanza di mamma o papà. Questa tesi è avvalorata da un’altra ricerca effettuata su bambini coreani, paese nel quale il cosleeping è pratica consolidata e diffusa, ci mostra che dopo l’anno di vita il fenomeno resta molto diffuso , ma, anziché aumentare come in occidente, inizia lentamente a diminuire. Dove il “cosleeping” è pratica diffusa , non si devono immaginare i bambini stretti in un letto matrimoniale con i genitori … bensì in futon o  arredi comodi in grado di ospitare “tutti” comodamente.

Coerente con l’ipotesi che, rispettare in modo responsivo i bisogni precoci di attaccamento del bambino al momento del sonno, questi ha maggiore possibilità in seguito di dormire da solo senza particolari timori o disagi. In occidente la maggior parte dei bambini cosleepers lo diventa dopo i 12 mesi spinti appunto dal naturale bisogno di attaccamento. Spesso ricevono dai genitori risposte confuse, ambivalenti, di resistenza che si traducono in atteggiamenti di tolleranza.

Questo genere di atteggiamenti rendono precaria la relazione  di attaccamento e si pensa possa essere la causa di “cosleeping” tardivi e ostinati. Il “cosleeping primario” può essere una valida prevenzione del “cosleeping” tardivo e i disturbi del sonno. Il “cosleeping” secondario è un tentativo di coping (Le Strategie di Coping sono le modalità che definiscono il processo di adattamento ad una situazione stressante. Tuttavia esse non garantiscono il successo di tale adattamento. Infatti il coping, se è funzionale alla situazione può mitigare e ridurre la portata stressogena dell’evento, ma, se è disfunzionale ad essa, può anche amplificarla) e di gestione dei disturbi del sonno.

Da ciò si deduce che: l’insicurezza del bambino di 4 anni  e più, il suo maggior bisogno di rassicurazione, lo “stare attaccato” alla mamma, non deriverebbero dal non essere stato stimolato precocemente ed adeguatamente all’autonomia, bensì dall’esatto opposto, cioè dalla pregressa scarsa supportività da parte dei caregiver, dalla mancanza dell’interiorizzazione  di una base sicura, o da angosce di perdita dei genitori. Il “cosleeping” primario è un fenomeno diverso addirittura opposto al “cosleeping” secondario e tardivo, derivano infatti da differenti bisogni. In quest’ultimi due casi il bambino persiste in uno stato di ansia da separazione (che cerca di compensare) vissuta nella fase di attaccamento, forse anche causa di una troppo precoce spinta al sonno solitario.

La difficoltà di rassicurazione nei cosleepers tardivi può esser dovuta anche alle minori capacità di contenimento e alla maggiore ansia dei genitori.