Una riflessione personale sul film di Paolo Strippoli

Se chiudo gli occhi e ripenso a L’estranea, vedo una famiglia che vorrebbe tenere la vita al riparo da tutto: una grande casa, una festa, genitori e figli vicini. Mi resta soprattutto l’immagine del dormire insieme, come se bastasse raccogliere tutti nello stesso spazio perché niente potesse accadere.

Poi la vita entra. Senza chiedere permesso.

Per me questo film ha avuto una risonanza particolare.

Paolo Strippoli è di Corato, il paese dove sono nato, ed è figlio di due amici della mia giovinezza, che non vedo da circa trent’anni. In una scena si sente anche mio nipote cantare “Lo zingaro”. A volte legami che il tempo ha allentato possono riavvicinarsi attraverso una voce, un’immagine, una storia.

La risonanza più profonda, però, è arrivata dalla famiglia raccontata sullo schermo.

Anch’io, da bambino, avevo una famiglia che sentivo perfetta. Mio padre era sarto e aveva un negozio di abbigliamento: una somiglianza concreta con il mondo del film, che ha reso ancora più breve la distanza fra la storia dei Colonna e la mia. Nella nostra famiglia la poliomielite di mia sorella aveva già aperto una frattura dolorosa. Poi, quando avevo dieci anni, morì mia madre.

Rivedendo quel mondo apparentemente protetto, ho risentito qualcosa di quell’esperienza: la scoperta che ciò su cui appoggiamo la nostra vita può cambiare, anche quando abbiamo fatto tutto per custodirlo. Per un bambino, la famiglia è il mondo. Quando viene colpita, anche il mondo perde la sua prevedibilità.

È qui che il film mi ha toccato: nell’illusione di poter controllare la vita.

Possiamo prenderci cura, costruire, prevenire. Ma nessuna casa, nessun successo, nessuna fotografia di famiglia può garantirci che il dolore resterà fuori. Il mito della famiglia perfetta diventa così una promessa impossibile da mantenere. E quando la realtà la infrange, possiamo sentirci chiamati a riparare tutto, a qualunque costo.

Nella mia lettura, l’Estranea dà un volto anche a questa tentazione interiore. La sua presenza soprannaturale può evocare una parte di noi che, davanti all’impotenza, sussurra: «Deve esserci un modo per far tornare tutto come prima». È la parte che vorrebbe riscrivere gli eventi, conservare la propria storia e quella della famiglia, diventare la regista del destino.

È una lettura simbolica, suscitata dal film. Mi interessa quel punto doloroso in cui il desiderio di proteggere qualcuno può trasformarsi nel bisogno di decidere per lui; in cui custodire un legame finisce per significare impedirgli di cambiare.

Mi è rimasto addosso anche Tobia, il ragazzo che comincia a mangiare senza misura. Nella trama, il suo cambiamento è legato al prezzo del patto con l’Estranea. Sul piano emotivo, però, il suo corpo mi interroga: sembra portare il costo di una salvezza decisa altrove.

Tobia ha visto la sorella gravemente aggredita dal cane. Intorno a lui, la sicurezza familiare si incrina. La sua fame mi evoca il tentativo di riempire qualcosa che non trova parole. Non posso sapere se questo sia il senso intenzionale del personaggio e non voglio trasformarlo in una diagnosi. Posso però riconoscere la forza dell’immagine: un dolore che occupa il corpo, mentre la famiglia cerca disperatamente di ritrovare il proprio ordine.

Da psicoterapeuta sistemico, mi colpisce proprio questa circolazione: una scelta compiuta per un membro della famiglia modifica la vita degli altri. Nel film, ogni riparazione produce nuove ferite. La sofferenza si sposta, mentre il tentativo di cancellarla diventa sempre più urgente.

Come spettatore, e come figlio, conosco il desiderio che tutto questo non accada: che una madre resti, che una malattia risparmi una sorella, che la fotografia possa continuare. Alle volte, nei momenti belli di famiglia, si vorrebbe bloccare il tempo per renderli infiniti.

L’estranea mi ha lasciato una domanda: quando la vita rompe quella fotografia, possiamo imparare a restare vicini anche senza riuscire a ricomporla?

Forse la cura comincia anche lì. Nel poter dire: non riesco a impedire tutto, ma posso esserci. Possiamo dare parole al dolore e cercare insieme un modo di vivere dopo quello che è accaduto?

ps. La lettura dell’Estranea come figura dell’inconscio e della fame di Tobia come immagine del dolore sono interpretazioni personali, non diagnosi o intenzioni attribuite al regista.