Quando gli incidenti stradali diventano un lutto collettivo
C’è una notizia che leggiamo troppo spesso.
Un ragazzo di vent’anni. Una ragazza di diciannove. Un padre che torna dal lavoro. Una madre che accompagna i figli. Una moto, un’auto, una bicicletta.
Poi le stesse parole.
“Ha perso il controllo del mezzo.”
“Per cause in corso di accertamento.”
“È morto sul colpo.”
Scorriamo la notizia sul telefono, restiamo colpiti per qualche minuto e poi continuiamo la nostra giornata. Ma da qualche parte, nello stesso momento, una famiglia sta entrando nell’incubo più grande che possa immaginare. Un telefono squilla. Una porta viene bussata. Una vita si divide in due: prima e dopo quella notizia.
L’ennesimo incidente mortale sulla Romea, costato la vita a un ragazzo di vent’anni, non è soltanto una notizia di cronaca. È il simbolo di qualcosa che sta accadendo continuamente intorno a noi.
Stiamo vivendo in un’epoca in cui sembra quasi normale morire sulla strada.
E questo dovrebbe inquietarci profondamente.
La morte che non dovrebbe esserci
Esistono tragedie che appartengono alla fragilità inevitabile della condizione umana. Le malattie, gli eventi naturali, le guerre che purtroppo continuano a insanguinare il mondo.
Ma esistono anche morti che non dovrebbero accadere.
Morti che avvengono mentre si va a lavorare.
Morti che avvengono mentre si torna da una serata con gli amici.
Morti che avvengono per una distrazione di pochi secondi, per la velocità, per la stanchezza, per l’alcol, per un messaggio letto sul telefono, per una precedenza non rispettata.
Ogni volta ci diciamo che è stata una fatalità.
Ma quante fatalità possono ripetersi prima di diventare un problema culturale?
Una società che corre troppo
Le nostre strade raccontano qualcosa della nostra società.
Corriamo sempre.
Corriamo per arrivare prima.
Corriamo perché siamo in ritardo.
Corriamo perché siamo stressati.
Corriamo perché crediamo che cinque minuti possano fare la differenza.
Eppure basta fermarsi davanti a una bara bianca per capire che nessun appuntamento, nessun impegno, nessuna fretta vale una vita umana.
La velocità non è soltanto quella indicata dal tachimetro.
Esiste una velocità mentale che ci rende meno presenti, meno attenti, meno capaci di accorgerci del pericolo.
È la velocità con cui viviamo.
Ed è forse questa la vera emergenza.
Il lutto che appartiene a tutti
Quando muore un ragazzo di vent’anni, non soffre soltanto la sua famiglia.
Soffre il paese.
Soffrono gli amici.
Soffrono gli insegnanti che lo hanno visto crescere.
Soffrono i compagni di scuola.
Soffrono perfino le persone che non lo conoscevano ma che, leggendo la notizia, vedono il volto dei propri figli, dei propri nipoti, dei propri amici.
Per questo ogni incidente mortale è un lutto sociale.
Lascia una ferita che attraversa una comunità intera.
Nei piccoli centri si percepisce ancora di più.
Per giorni non si parla d’altro.
Ci si incontra al bar, in piazza, al supermercato e si ripete la stessa frase:
“Era così giovane.”
Perché quando muore una persona anziana si piange una vita compiuta.
Quando muore un giovane si piange soprattutto il futuro che non potrà più esistere.
La sofferenza invisibile dei sopravvissuti
Ogni incidente lascia dietro di sé persone che continueranno a vivere portando dentro una ferita permanente.
Genitori che non sentiranno più una chiave girare nella porta.
Fratelli e sorelle che conserveranno messaggi e fotografie.
Amici che continueranno a chiedersi se avrebbero potuto fare qualcosa.
Persino i soccorritori, i medici, i vigili del fuoco e le forze dell’ordine accumulano immagini e storie che non sempre riescono a dimenticare.
Le vittime non sono mai una sola.
Sono molte di più.
Educare alla vita
Forse dovremmo smettere di parlare soltanto di sicurezza stradale e iniziare a parlare di educazione alla vita.
Perché rispettare una regola non significa evitare una multa.
Significa proteggere qualcuno.
Ogni limite di velocità, ogni precedenza rispettata, ogni telefono lasciato lontano dal volante rappresentano un atto di responsabilità verso noi stessi e verso gli altri.
Guidare non è un diritto assoluto.
È una responsabilità enorme.
Ogni volta che mettiamo in moto un veicolo abbiamo tra le mani qualcosa che può portare a destinazione oppure distruggere una famiglia.
Un minuto di silenzio che dura una vita
Forse il modo migliore per ricordare tutte queste vittime è immaginare ciò che hanno perso.
Le parole che non diranno.
Gli amori che non vivranno.
I figli che non avranno.
I viaggi che non faranno.
I compleanni che non festeggeranno.
Le risate che non riempiranno più una stanza.
Ogni incidente mortale interrompe una storia.
E ogni storia interrotta rende tutti noi un po’ più poveri.
Per questo non possiamo limitarci a leggere una notizia e passare oltre.
Dovremmo fermarci.
Provare tristezza.
Provare indignazione.
E ricordarci che dietro ogni titolo di giornale c’era una persona che quella mattina era uscita di casa pensando semplicemente di tornare.
Come facciamo tutti.
Bibliografia
- Ulrich Beck (1986), La società del rischio.
- Zygmunt Bauman (2000), Modernità liquida.
- Edgar Morin (2011), La via.
- Vittorino Andreoli (2015), L’uomo di vetro.
- World Health Organization, Global Status Report on Road Safety.

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