Dal sogno individuale alla trasformazione condivisa nel seminario ISCRA sulla mente sistemica e relazionale

Ci sono momenti formativi in cui non si ascoltano soltanto relazioni teoriche, ma si ha la sensazione che qualcosa accada realmente nel campo del gruppo.

Il seminario ISCRA dedicato al sogno ha avuto anche questa caratteristica: non limitarsi a parlare del sogno come fenomeno psichico, ma attraversarlo come esperienza relazionale, corporea, narrativa e trasformativa.

Fin dall’apertura dei lavori è emersa la volontà di mettere in dialogo prospettive differenti:

gli aspetti neurofisiologici, cognitivi ed emotivi del sogno; la dimensione sistemica; la lettura psicodinamica; il rapporto tra sogno, miti familiari e transizioni di vita.

Nei diversi interventi il sogno è apparso non come semplice “prodotto della mente”, ma come uno spazio complesso in cui memoria, relazioni, emozioni, identità e trasformazione continuano a dialogare.

Il sogno tra psicoanalisi, sciamanesimo e pensiero sistemico

Durante il seminario è emerso più volte anche il dialogo tra differenti tradizioni culturali e cliniche del sogno.

La psicoanalisi classica ha rappresentato una svolta fondamentale nella storia del pensiero occidentale sul sogno.

Sigmund Freud definiva il sogno “la via regia per l’inconscio”, attribuendogli il compito di rendere accessibili desideri, conflitti e contenuti rimossi che nella vita cosciente non riescono a manifestarsi direttamente.

Da Freud fino a molte evoluzioni della psicoanalisi contemporanea, il sogno è stato pensato soprattutto come testo da interpretare:
una scena simbolica da decodificare attraverso il lavoro analitico.

Anche Jung ampliò enormemente questa prospettiva, vedendo nel sogno non solo l’espressione del conflitto psichico, ma anche una funzione compensatoria, creativa e trasformativa della psiche.
Per Jung il sogno non parla soltanto del passato:
tenta di orientare il soggetto verso possibilità evolutive ancora non pienamente sviluppate.

Queste prospettive restano fondamentali e hanno aperto un territorio immenso alla comprensione della vita mentale.

Tuttavia, nella prospettiva sistemica contemporanea, il sogno non viene più considerato soltanto un messaggio individuale da interpretare “dall’alto” attraverso il sapere dell’esperto.

L’attenzione si sposta dal significato nascosto alla funzione relazionale del sogno.

Non tanto:
“Che cosa vuol dire questo simbolo?”

Ma:
“Che cosa produce questo sogno nel campo relazionale?”
“Quali movimenti apre?”
“Quali emozioni rende condivisibili?”
“Quali configurazioni del sistema mette in scena?”

In questa prospettiva il sogno smette di essere un oggetto statico da spiegare e diventa un processo vivo da attraversare insieme.

Castaneda, il sogno e gli stati modificati di coscienza

Durante il seminario è stato richiamato anche il pensiero di Carlos Castaneda, autore che, al di là delle controversie biografiche e antropologiche che lo hanno accompagnato, ha avuto un enorme impatto culturale sul modo di immaginare il sogno e gli stati modificati di coscienza.

Nelle opere dedicate agli insegnamenti dello sciamano Don Juan, il sogno non è semplicemente produzione immaginativa della mente, ma possibilità di accesso ad un diverso livello percettivo dell’esperienza.

Il “sognare” diventa pratica di attraversamento:
uno stato in cui identità, percezione del corpo, memoria e realtà possono temporaneamente ridefinirsi.

Pur appartenendo ad un contesto molto diverso da quello clinico occidentale, questi riferimenti aprono interrogativi interessanti anche per la psicoterapia contemporanea.

Molte tradizioni antiche — dai riti sciamanici alle culture simboliche del Mediterraneo — hanno infatti considerato il sogno non come un errore della mente, ma come uno spazio di contatto:
con parti profonde del Sé,
con la memoria collettiva,
con dimensioni trasformative dell’esperienza umana.

In questo senso il sogno appare vicino anche all’idea sistemica di campo:
un luogo vivo, dinamico, attraversato da connessioni che non appartengono mai esclusivamente all’individuo.

Quando il gruppo lavora su un sogno condividendolo, attraversandolo e riscrivendolo insieme, non sta soltanto cercando un significato.

Sta creando una nuova esperienza emotiva e relazionale.

Ed è forse proprio qui che il sogno continua ad avere, ancora oggi, la sua funzione più potente:
non spiegare definitivamente la vita,
ma riaprire possibilità di trasformazione.

Il sogno nelle transizioni della vita

Alcuni contributi del seminario hanno evidenziato come i sogni tendano ad emergere con particolare intensità nei momenti di passaggio:

separazioni, pensionamenti, cambiamenti familiari, trasformazioni identitarie.

In questi momenti il sogno sembra diventare una sorta di laboratorio narrativo in cui la mente prova a riorganizzare il senso degli eventi vissuti.

Non soltanto elaborazione del passato, dunque, ma tentativo di costruzione di nuove possibilità.

Da questo punto di vista il sogno non appare più come qualcosa di statico da interpretare, ma come un movimento continuo del sistema umano verso nuovi equilibri.

Dal sogno individuale al sogno del campo

Nel nostro intervento — costruito insieme a Dott.ssa Enrica Severi e Dott.ssa Ilaria D’Alessandro — abbiamo cercato di compiere un passaggio ulteriore:

spostare l’attenzione dal sogno individuale al sogno come fenomeno relazionale.

L’esperienza che abbiamo presentato nasce dal dispositivo del “sogno congiunto che finisce bene”, una modalità gruppale in cui il sogno viene narrato, attraversato, rimesso in scena e progressivamente trasformato attraverso il dialogo e la co-costruzione narrativa.

Non si tratta di interpretare il sogno in maniera lineare o di spiegare simbolicamente ogni immagine.

Al contrario:

il sogno diventa un materiale vivo, condiviso, che permette al gruppo di pensare insieme ciò che da soli sarebbe difficile tollerare o rappresentare.

Nel lavoro clinico che abbiamo portato, il sogno di una terapeuta non parlava soltanto di lei.

Parlava del campo clinico.

Della famiglia incontrata in terapia.

Del gruppo di supervisione.

Della paura di non essere adeguati.

Del timore di sparire dentro relazioni troppo sature e troppo veloci.

La terapeuta nel sogno si trova immersa in una famiglia che parla continuamente, senza pause, senza spazio, senza possibilità di pensiero.

Progressivamente anche il gruppo dei colleghi sembra trasformarsi in un luogo giudicante e disconfermante.

Ma proprio dentro questa scena estrema emerge un possibile movimento trasformativo.

“Non devo combattere il caos”

Uno dei punti centrali del lavoro è stato il passaggio da una posizione di lotta ad una posizione di presenza.

Nel sogno trasformato emerge una frase fondamentale:

“Non devo entrare nel loro ritmo… devo interromperlo senza combatterlo.”

E successivamente:

“Segnarlo.”

In questa piccola differenza linguistica si gioca un enorme passaggio clinico.

Molti terapeuti, nelle situazioni familiari ad alta saturazione emotiva, rischiano di entrare simmetricamente nel caos:

alzare il tono, accelerare il ritmo, tentare di controllare la scena.

Il movimento trasformativo, invece, nasce quando il terapeuta riesce a non fondersi col rumore e contemporaneamente a non ritirarsi.

Non combatte il sistema.

Non lo subisce.

Lo rende pensabile.

Introduce uno spazio.

Ed è proprio questo spazio che progressivamente modifica il campo relazionale.

Il lieto fine come riapertura del movimento

Nel nostro lavoro il “lieto fine” non è mai stato pensato come cancellazione magica della sofferenza.

Non si tratta di trasformare artificialmente il dolore in qualcosa di positivo.

Piuttosto, il lieto fine rappresenta la possibilità che il movimento riprenda.

Che il sogno non resti bloccato nella ripetizione traumatica.

Che emerga una nuova posizione possibile.

Nel sogno rinarrrato la terapeuta smette di tentare di sovrastare il gruppo familiare.

Si siede.

Respira.

Resta.

E lentamente il sistema cambia ritmo.

Non perché qualcuno imponga il silenzio.

Ma perché finalmente compare uno spazio mentale condiviso.

A quel punto la frase:

“Possiamo fermarci un attimo?”

non è più una richiesta disperata, ma un atto clinico che occupa spazio relazionale.

Il sogno come pensiero del campo

Dal punto di vista sistemico possiamo ipotizzare che il sogno non appartenga mai soltanto all’individuo.

Anche quando sogniamo da soli, sogniamo dentro reti relazionali interiorizzate.

Il sogno presentifica parti del sistema del sognatore:

legami, tensioni, conflitti, desideri, paure, configurazioni emotive.

Per questo motivo il sogno può essere pensato anche come una forma di “pensiero del campo”.

Un tentativo della mente relazionale di rendere visibile ciò che nella vita diurna non riesce ancora ad essere pensato o nominato.

In questa prospettiva il gruppo non interpreta il sogno dall’esterno.

Lo attraversa.

Lo abita.

Lo trasforma insieme.

Oltre l’interpretazione

Forse il punto più importante emerso durante il seminario riguarda proprio questo cambiamento di prospettiva.

Per lungo tempo il sogno è stato considerato qualcosa da decifrare:

un enigma da spiegare attraverso il sapere dell’esperto.

Oggi possiamo forse guardarlo anche diversamente.

Il sogno può diventare:

uno spazio di dialogo,

una scena trasformativa,

un laboratorio di possibilità,

un luogo in cui la mente individuale e quella relazionale continuano a cercare nuove forme di integrazione.

Forse il sogno non serve tanto a spiegare qualcosa.

Serve a permettere che qualcosa continui a muoversi.

Nell’intervento finale i didatti Iscra hanno ribadito il grande lavoro svolto dagli allievi che hanno commosso mettendo in scena presentificazioni di persone sognate che restano per sempre nei cuori.

È stato un grande piacere scoprire che tra i partecipanti ci fossero tante famiglie in attesa e diversi bambini. Come dico sempre i figli sono tra i significati di vita più importanti.

Ringrazio i direttori Iscra Dr.Fabio Bassoli e Dr. Mauro Mariotti per l’invito all’incontro e le segretarie Iscra Sonia e maria Vittoria per l’organizzazione.

Bibliografia ragionata

Gregory Bateson — Verso un’ecologia della mente (1972, Adelphi)

Fondamentale per comprendere il pensiero sistemico e la natura relazionale dei processi mentali e comunicativi.

Carl Gustav Jung — L’uomo e i suoi simboli (1964, Cortina)

Una delle opere più accessibili e profonde sul significato simbolico e trasformativo del sogno.

Wilfred Bion — Apprendere dall’esperienza (1962, Armando)

Centrale per comprendere la funzione trasformativa del pensiero e la metabolizzazione delle esperienze emotive.

Tom Andersen — L’équipe riflettente (1991, Astrolabio)

Testo essenziale sui dispositivi riflessivi e sul pensiero dialogico nei contesti terapeutici.

René Kaës — L’apparato psichico gruppale (1976, Borla)

Una delle opere più importanti sul funzionamento mentale dei gruppi e sulla dimensione condivisa della vita psichica.

Giuseppe Madonna — Il sogno infinito (2017, FrancoAngeli)

Riflessione contemporanea sul sogno come processo narrativo, relazionale e autoriparativo.