Modena, la psicosi, la paura collettiva e una domanda difficile sulla Legge Basaglia

Ci sono fatti che non possono essere letti solo come cronaca.

Quello accaduto a Modena — un uomo che entra con l’auto nel centro cittadino travolgendo persone e ferendone gravemente alcune — è uno di quei momenti in cui una comunità intera si ferma e prova a capire.

Le immagini, i racconti dei testimoni, il terrore improvviso nel cuore di una città conosciuta per la sua normalità quotidiana, producono uno shock collettivo.

E quando emergono elementi legati a un possibile quadro psicotico o a una storia di sofferenza psichiatrica, il rischio è sempre duplice:
da una parte la stigmatizzazione della malattia mentale,
dall’altra la rimozione del problema per paura di sembrare “disumani”.

Forse invece oggi servirebbe il coraggio di stare dentro una domanda complessa.

Non contro Basaglia.
Ma forse oltre una lettura ideologica e semplificata della sua eredità.

Basaglia non voleva abbandonare i pazienti

Molte discussioni pubbliche sulla Legge Basaglia diventano rapidamente polarizzate:
da una parte chi invoca il ritorno ai manicomi,
dall’altra chi difende il modello attuale come se fosse intoccabile.

Ma Franco Basaglia non immaginava una psichiatria dell’abbandono.

Franco Basaglia pensava a un sistema territoriale forte, comunitario, capace di accompagnare le persone nel tempo.
La chiusura dei manicomi non nasceva dall’idea che il disagio psichico grave non esistesse.
Nasceva dalla convinzione che la sofferenza mentale non dovesse essere segregata, umiliata, nascosta.

Il problema è che, in molti territori italiani, il dopo non è mai stato costruito davvero.

Sono stati chiusi i contenitori.
Ma spesso non sono nate reti sufficientemente solide.

Centri di salute mentale sotto organico.
Servizi saturi.
Tempi di attesa enormi.
Famiglie lasciate sole.
Pazienti che entrano ed escono dai percorsi terapeutici senza una reale continuità di cura.

E soprattutto:
una crescente incapacità del sistema di “prendersi in carico” il malessere grave.

La psicosi non è solo un problema individuale

Quando si parla di psicosi, si tende ancora oggi a immaginare qualcosa di distante, eccezionale, quasi mostruoso.

In realtà la psicosi spesso inizia molto prima degli episodi esplosivi.

Comincia con il ritiro sociale.
Con l’isolamento.
Con la perdita progressiva di contatto relazionale.
Con l’incapacità di stare dentro il ritmo del mondo.
Con l’angoscia persecutoria.
Con la frantumazione del senso di sé.

Molte persone inviano segnali per anni.

Ma la contemporaneità è diventata profondamente sorda al disagio lento.

Una società centrata sulla prestazione, sull’efficienza, sull’autonomia individuale tende a tollerare il dolore solo finché resta invisibile e non disturba il funzionamento collettivo.

Quando invece il malessere diventa ingestibile, allora improvvisamente tutti si accorgono del problema.

E spesso è troppo tardi.

L’asocialità contemporanea come terreno fragile

Esiste poi un elemento culturale che forse stiamo sottovalutando.

Negli ultimi anni sono cresciuti:

  • il ritiro sociale,
  • la solitudine cronica,
  • l’iper-isolamento digitale,
  • la frammentazione dei legami,
  • la difficoltà relazionale profonda.

Sempre più persone vivono ai margini del contatto umano reale.

E per soggetti psicologicamente fragili, questo può diventare devastante.

La mente umana non si costruisce nel vuoto.
Ha bisogno di sguardi, relazioni, riconoscimento, contenimento comunitario.

Quando questi elementi vengono meno, alcune personalità vulnerabili possono scivolare progressivamente in forme di disorganizzazione psichica importanti.

Naturalmente la stragrande maggioranza delle persone che soffrono di disturbi psichici non è violenta.
Questo va detto con chiarezza.

Ma proprio per questo è fondamentale distinguere:
proteggere la dignità della sofferenza mentale non significa negare che esistano situazioni ad alto rischio che necessitano di interventi tempestivi e strutturati.

Il punto non è tornare indietro.

Il punto è smettere di lasciare soli.

Forse oggi la vera domanda non è:
“Bisogna abolire la Legge Basaglia?”

La domanda più seria potrebbe essere:
abbiamo davvero realizzato ciò che Basaglia immaginava?

Perché una psichiatria territoriale senza territorio reale,
senza comunità,
senza operatori,
senza continuità,
senza luoghi di contenimento umano,
rischia di trasformarsi semplicemente in una delega infinita alle famiglie o, peggio, all’emergenza.

E le emergenze arrivano sempre quando il dolore è già diventato ingestibile.

Il rischio di una cura “a frammenti”

Negli ultimi anni anche strumenti come il bonus psicologico sono stati presentati come una risposta importante al crescente disagio emotivo della popolazione.

E in parte lo sono stati:
hanno permesso a molte persone di chiedere aiuto per la prima volta.

Ma forse oggi bisogna avere il coraggio di interrogarsi anche sui limiti strutturali di questo modello.

La sofferenza psichica grave non può essere affrontata attraverso interventi brevi, frammentati e burocraticamente intermittenti.

Un numero limitato di sedute, spesso ottenute dopo tempi lunghi e procedure complesse, rischia di trasformare la cura in qualcosa di temporaneo, scollegato da una reale progettualità terapeutica.

E soprattutto:
non costruisce presa in carico.

Molti pazienti complessi necessitano invece di continuità, rete, integrazione tra servizi, supporto familiare, monitoraggio territoriale e interventi multidisciplinari nel tempo.

Il rischio è che lo Stato finisca inconsapevolmente per delegare al privato una parte del disagio psichico più difficile senza però fornire strumenti adeguati per sostenerlo davvero.

E il privato, da solo, non può reggere situazioni che richiederebbero una responsabilità collettiva e comunitaria.

Uno psicologo in studio non può sostituire:

  • servizi territoriali strutturati,
  • equipe multidisciplinari,
  • interventi domiciliari,
  • reti sociali,
  • comunità terapeutiche funzionanti,
  • continuità assistenziale reale.

Il problema allora non è il bonus in sé.

Il problema è quando il sostegno psicologico diventa una risposta simbolica che rischia di tranquillizzare politicamente il sistema senza affrontare il nodo centrale:
chi si prende realmente cura del disagio grave o meno grave nel lungo periodo?

Una comunità che cura o una comunità che osserva?

I fatti di Modena non possono diventare solo una battaglia politica sull’immigrazione o sulla sicurezza.

Ridurre tutto a questo significherebbe perdere la parte più inquietante della questione:
la nostra crescente incapacità collettiva di intercettare il collasso psichico prima che esploda.

Forse il vero tema è che oggi esistono persone profondamente sole anche quando vivono in mezzo agli altri.

Persone viste ma non riconosciute.
Persone seguite a tratti ma non realmente accompagnate.
Persone che attraversano servizi, diagnosi, farmaci e dimissioni senza mai sentirsi davvero dentro una rete.

E allora la domanda finale non riguarda solo la psichiatria.

Riguarda il tipo di società che stiamo costruendo.

Una società che contiene il disagio.
Oppure una società che lo vede soltanto quando diventa tragedia.


Bibliografia ragionata

  • L’istituzione negata, Franco Basaglia (1968)
    Testo fondamentale della psichiatria democratica italiana. Basaglia denuncia la funzione segregante del manicomio e propone una trasformazione radicale del rapporto tra cura e dignità umana.
  • Morire di classe, Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia(1969)
    Libro fotografico e politico che mostra la realtà manicomiale italiana prima della riforma. Centrale per comprendere il clima culturale che portò alla Legge 180.
  • La società esclusiva, Zygmunt Bauman (2004)
    Riflessione sulla modernità liquida, sulla marginalità sociale e sull’espulsione simbolica dei soggetti fragili nelle società contemporanee.
  • L’io diviso, R. D. Laing (1960)
    Uno dei testi più importanti sulla comprensione fenomenologica della psicosi e dell’esperienza schizofrenica.
  • Verso un’ecologia della mente, Gregory Bateson (1972)
    Fondamentale per leggere il disagio psichico dentro reti relazionali, comunicative e sistemiche più ampie.
  • Il disagio della civiltà, Sigmund Freud (1930)
    Una riflessione ancora attuale sul conflitto tra individuo, pulsioni e organizzazione sociale.
  • La solitudine del cittadino globale, Zygmunt Bauman (2000)
    Analisi della solitudine contemporanea e della fragilità dei legami nelle società moderne.

I fatti di Modena e le informazioni relative all’indagine e alla storia clinica dell’uomo fermato sono riportati da fonti giornalistiche nazionali e internazionali.