“Non è che nel gruppo i problemi spariscono. È che smettono di essere solo tuoi.”
Due anni di terapia di gruppo: non un traguardo, ma un processo che continua a trasformare
Ci sono percorsi terapeutici che non si misurano con le date, ma con ciò che accade tra le persone.
Due anni di gruppo non sono solo tempo trascorso: sono parole che hanno trovato spazio, silenzi che hanno iniziato a parlare, legami che si sono costruiti lentamente, quasi senza accorgersene.
Questo gruppo — il terzo nato all’interno del nostro lavoro clinico — è diventato nel tempo qualcosa di più di un setting: è diventato un luogo dove le differenze non dividono, ma creano senso.
Nell’ultima seduta sono emersi temi che raccontano bene cosa significa oggi essere giovani (e meno giovani) dentro le proprie vite. Ecco brevi estratti di testimonianze:
L: l’asticella invisibile dell’adeguatezza
Una giovane donna racconta la sensazione di non essere mai abbastanza.
Come se ci fosse sempre qualcosa che sfugge, un dettaglio che la rende “meno adeguata” di quanto dovrebbe.
Non è tanto ciò che fa, ma il confronto costante con un criterio interno che sembra non avere fine.
Il gruppo interviene in modo semplice ma potente:
qualcuno mette in discussione l’idea stessa di “asticella”, ricordando che non è una misura oggettiva ma qualcosa che costruiamo.
Un’altra voce aggiunge: sentirsi inadeguati non è un difetto individuale, ma un’esperienza condivisa.
E in quel momento accade qualcosa di tipicamente gruppale:
il problema smette di essere “di uno” e diventa umano.
S: proteggere ciò che fa bene
L’uomo più adulto del gruppo porta un tema diverso.
Non riesce a dire ai familiari che partecipa al gruppo.
Non per vergogna.
Ma per protezione.
Teme che quel luogo — che per lui è diventato nutriente, vitale — possa essere “sporcato” da sguardi esterni, fraintendimenti, giudizi.
I più giovani lo ascoltano con rispetto.
E, ancora una volta, fanno qualcosa di importante: costruiscono ponti.
Quel bisogno di proteggere qualcosa di buono non è così distante dalle loro vite.
X: l’amore che ferisce
Un’altra partecipante porta una relazione difficile con la madre.
Un legame ambivalente, fatto di vicinanza e dolore.
Quando parla con lei si sente distrutta, giudicata, sbagliata.
E poi, quasi senza soluzione di continuità, arrivano momenti in cui tutto sembra normale, come se nulla fosse accaduto.
“Mi vuoi bene, vero?”
Una domanda che suona semplice, ma che arriva dopo aver ferito.
Il gruppo riconosce questa dinamica.
Altri racconti si intrecciano, altre madri emergono, altre storie si avvicinano.
Non è più solo una relazione.
Diventa un tema: la difficoltà di alcuni genitori a regolare le proprie ansie e aspettative, e il modo in cui queste ricadono sui figli.
G: quando il lavoro diventa un campo relazionale difficile
Un giovane uomo parla del suo ambiente lavorativo.
Un superiore che tratta male un collega, creando un clima pesante, diseguale.
Lui osserva, soffre, prova a capire.
Alla fine decide di cambiare lavoro.
Il gruppo lo sostiene, ma resta una riflessione aperta:
quanto spesso siamo costretti a modificare le nostre traiettorie non per scelta, ma per rigidità relazionali altrui?
Le tensioni che restano sullo sfondo
Non tutti hanno avuto spazio per approfondire, ma le loro parole restano nel campo del gruppo:
- una paura intensa e poco compresa verso api e vespe, vissuta spesso in solitudine
- un’ansia economica che pesa come una responsabilità troppo grande, senza sentirsi sostenuti
- il passaggio all’autonomia, con le sue conquiste e le sue nuove sfide relazionali
- la fatica di abitare il proprio corpo, tra immagine e identità
Sono frammenti, ma parlano tutti la stessa lingua:
quella di chi sta cercando un posto nel mondo.
Cosa insegna questo gruppo
Dopo due anni, ciò che colpisce non è solo il cambiamento dei singoli.
È la capacità del gruppo di pensare insieme.
Di trasformare esperienze individuali in significati condivisi.
Di creare connessioni dove prima c’era isolamento.
Il gruppo non risolve la vita.
Ma cambia il modo in cui la si attraversa.
Perché il gruppo funziona
Non perché elimina i problemi.
Ma perché li rende pensabili.
E quando qualcosa diventa pensabile, smette di essere solo un peso da portare da solCi sono luoghi in cui si guarisce parlando.
E altri in cui si guarisce ascoltando gli altri parlare di sé — e riconoscersi, per la prima volta, meno soli
Bibliografia ragionata essenziale
- Irvin D. Yalom (1995) – Teoria e pratica della psicoterapia di gruppo
Un riferimento fondamentale: descrive i fattori terapeutici del gruppo, tra cui universalità e coesione. - S. H. Foulkes (1964) – Group Analytic Psychotherapy
Introduce l’idea del gruppo come matrice relazionale in cui il pensiero individuale prende forma. - Wilfred Bion (1961) – Experiences in Groups
Analizza le dinamiche inconsce nei gruppi e le tensioni che emergono nei legami collettivi. - Salvador Minuchin (1974) – Families and Family Therapy
Utile per comprendere come i modelli familiari influenzano le relazioni anche fuori dalla famiglia. - Gregory Bateson (1972) – Steps to an Ecology of Mind
Fondamentale per pensare il gruppo come sistema di connessioni e significati condivisi.