Ci sono momenti della storia in cui sembra che l’essere umano dimentichi qualcosa di molto semplice: il limite.
Non un limite imposto dall’esterno, ma un limite interno, psicologico, che ha a che fare con la consapevolezza di non poter controllare tutto, di non poter avere tutto, di non poter decidere per tutti.
Quando questa consapevolezza si perde, compare una forma particolare di funzionamento mentale che potremmo chiamare illusione di onnipotenza.
Non riguarda solo i grandi leader o chi detiene potere economico o politico. È una dinamica profondamente umana, che nella sua forma estrema diventa pericolosa.
Da dove nasce l’onnipotenza?
Nella vita psichica l’onnipotenza è una fase iniziale.
Il bambino piccolo vive in una condizione in cui il mondo sembra rispondere ai suoi bisogni: piange e arriva qualcuno, ha fame e viene nutrito. In questa esperienza prende forma una sensazione implicita: sono io a far accadere le cose.
Crescere significa, tra le altre cose, attraversare la frustrazione e scoprire che non è così.
Che esiste un altro da sé.
Che esiste il tempo.
Che esiste il limite.
Quando questo passaggio non si struttura in modo sufficientemente solido, l’onnipotenza non scompare: si trasforma, si maschera, a volte si amplifica.
Il potere come amplificatore psichico
Il potere non crea l’onnipotenza. La rende possibile.
Quando una persona si trova in una posizione in cui le sue decisioni producono effetti reali, concreti, immediati, la mente può facilmente scivolare in una distorsione: confondere la capacità di incidere con la possibilità di controllare tutto.
È qui che nasce una frattura sottile ma decisiva.
Non si tratta più di esercitare un ruolo.
Si tratta di identificarsi con il ruolo.
E quando accade questo, il limite non è più percepito come un dato della realtà, ma come un ostacolo da eliminare.
La guerra come fallimento psichico del limite
Le guerre, in questa prospettiva, non sono solo eventi politici o strategici.
Sono anche il segno di una difficoltà profonda a tollerare il limite e la differenza.
Dietro ogni conflitto c’è sempre una narrazione che giustifica, che semplifica, che riduce la complessità. Ma dal punto di vista psicologico possiamo leggere qualcosa di più radicale: l’impossibilità di accettare che l’altro esista con una propria autonomia.
In questo senso, la guerra diventa un tentativo estremo di ristabilire un controllo assoluto su ciò che, per definizione, non è controllabile.
Ricchezza, accumulo e sicurezza
Un discorso simile può essere fatto anche per la ricchezza.
Accumulare non è di per sé un problema. Ma quando l’accumulo diventa illimitato, quando non incontra più un senso, può trasformarsi in una risposta difensiva.
Come se la quantità potesse sostituire la sicurezza.
Come se avere sempre di più potesse colmare una mancanza che, in realtà, appartiene a un altro livello: quello del riconoscimento, della relazione, del senso.
L’idea che si possa vivere meglio redistribuendo le risorse, da un punto di vista psicologico, non è solo un tema sociale. È anche un’ipotesi sulla possibilità di uscire da una logica di difesa basata sull’accumulo.
Il paradosso dell’onnipotenza
L’onnipotenza promette libertà totale. Ma produce isolamento.
Più una persona — o un sistema — si percepisce come autosufficiente e superiore, meno è in grado di entrare in relazione reale con l’altro.
E senza relazione, il mondo perde spessore.
Diventa qualcosa da gestire, non da abitare.
Una possibilità diversa
Forse il punto non è eliminare il potere, né negare il desiderio di incidere sulla realtà.
Il punto è reintrodurre il limite come elemento umano fondamentale.
Il limite non è una sconfitta.
È ciò che rende possibile la relazione, il pensiero, la responsabilità.
Accettare di non poter fare tutto apre uno spazio diverso: quello in cui si può scegliere, e non solo imporre.
E in quello spazio, paradossalmente, diventa più facile immaginare un mondo meno violento e più condivisibile.
“A volte ciò che chiamiamo potere è solo un modo sofisticato per non sentire il limite.”
Bibliografia ragionata
- Il disagio della civiltà (Sigmund Freud, 1930)
Testo fondamentale sul conflitto tra bisogni individuali e convivenza sociale. Aiuta a leggere l’aggressività e il controllo come tensioni strutturali dell’umano. - L’Io e i meccanismi di difesa (Anna Freud, 1936)
Descrive i principali meccanismi difensivi. Le fantasie di onnipotenza possono essere comprese come difese contro angosce più profonde. - Processi di maturazione e ambiente facilitante (Donald W. Winnicott, 1965)
Centrale per comprendere il passaggio dall’illusione di onnipotenza infantile alla capacità di riconoscere la realtà e l’altro. - Verso un’ecologia della mente (Gregory Bateson, 1972)
Introduce una visione sistemica: mente e comportamento si comprendono solo dentro le relazioni e i contesti. - Apprendere dall’esperienza (Wilfred R. Bion, 1962)
Approfondisce la capacità di tollerare la frustrazione e trasformare l’esperienza emotiva in pensiero, passaggio chiave per uscire da posizioni onnipotenti.
“Accettare il limite non ci rende più deboli. Ci rende finalmente umani.”